La battaglia di Caporetto: il riassunto della disastrosa ritarata italiana

battaglia di Caporetto

La battaglia di Caporetto, anche conosciuta come la dodicesima battaglia dell’Isonzo, iniziò il 24 ottobre 1917 per terminare, ufficialmente, il 12 novembre dello stesso anno. Oggi è ancora considerata una delle battaglie più disastrose combattute dall’esercito italiano. Avvenne durante la prima guerra mondiale, contro l’armata austro-tedesca.

La battaglia di Caporetto: i fatti

L’esercito italiano, comandato dal capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano Luigi Cadorna, fu vittima preannunciata di un serrato attacco da parte dell’artiglieria austro-tedesca. L’attacco cominciò il 21 ottobre ma gli italiani lo sottovalutarono ampiamente. All’inizio, infatti, si riteneva che l’esercito tedesco fosse allo stremo delle forze e pertanto si pensava che non avrebbero mai osato un attacco vero e proprio.

Il 24 ottobre però, dopo cinque ore di bombardamenti, un manipolo di soldati tedeschi tagliò le linee di comunicazione, isolando definitivamente le truppe dell’esercito italiano e dando inizio allo scontro. Già il giorno successivo i tedeschi arrivano a Caporetto. Lo scontro fu molto sanguinoso e la perdita di uomini fu molto ingente. L’esercito nemico riuscì a sfondare la linea italiana e gli italiani dovettero forzatamente indietreggiare. Il comando supremo di Udine però tardò a realizzare che gli austro-tedeschi erano già penetrati ben oltre le trincee italiane. Solo la mattina del 27 ottobre 1917 il generale Cadorna ordina alle sue truppe di ripiegare sul Tagliamento e ammette la disfatta.

Il generale Cadorna incolpò la viltà e il disfattismo da parte delle sue truppe, nonostante i suoi palesi errori di strategia militare. Il ripiegare sul Tagliamento diviene una vera e propria fuga. Udine venne presa, l’intero Friuli Venezia-Giulia venne occupato e migliaia di uomini vennero fatti prigionieri. Alcuni aerei austriaci lanciarono nel vuoto volantini in cui si indicava la sconfitta di Caporetto come responsabilità del “generalissimo” Cadorna. Allontanato dall’esercito il 6 novembre, fu il generale Armando Diaz a rimpiazzare Cadorna. L’esercito italiano terminerà di posizionarsi sulla linea difensiva del Piave il 12 novembre 1917.

I motivi della disfatta

Nonostante Luigi Cadorna non abbia mai ammesso le sue responsabilità, ad oggi non è possibile negare che l’errore cruciale consistette in gravi mancanze strategiche. Il generale Cadorna non si preoccupò mai di sviluppare una strategia militare in linea con la guerra che si proponeva di affrontare. Cadorna era di origine nobile, aveva una concezione dell’esercito obsoleta e basata interamente sul senso del dovere. Le sue aspettative nei confronti di soldati, allo stremo delle forze e martoriati da anni di guerra, si rivelarono antiquate e controproducenti nello sviluppo di una tattica bellica.

A tutto questo si aggiunse inoltre il mancato rispetto dei tempi e degli ordini da parte del generale Luigi Capello, dalla visione decisamente più offensiva, che lo portò a non ordinare l’arretramento delle truppe in tempo. Infine, non fu trascurabile l’incapacità di resistere allo sfondamento da parte del generale Badoglio, stanziato con le sue truppe sul fronte tra Tolmino e Caporetto. La mancanza di tempestività, la cattiva comunicazione e uno schieramento delle forze militari sbilanciato furono i principali motivi per cui lo sfondamento da parte dell’esercito austro-tedesco avvenne così rapidamente.

Le conseguenze della battaglia di Caporetto

Le conseguenze più immediate della disfatta di Caporetto furono i morti: ben 12.000, oltre a 30.000 i feriti. Ma gli esiti del periodo successivo furono altrettanto devastanti. Oltre un milione di persone dal Friuli e dal Veneto dovettero abbandonare le loro case, senza nessun tipo di aiuto. I comandi militari imposero la precedenza alle truppe e ai mezzi dell’esercito, trascurando la migrazione improvvisata di intere regioni.

Furono numerose e frequenti le rappresaglie da parte dell’esercito austro-ungarico che non mancò di saccheggiare i territori occupati. Il Friuli in particolare subì le razzie prolungate da parte degli austro-tedeschi. Le truppe d’occupazione avevano la priorità sulla maggior parte delle risorse alimentari e locali. I tassi di mortalità in quegli anni subirono una impennata, complice il costante stato di carestia e le condizioni di vita dei rimasti.

Furono numerosi gli appelli al governo italiano per inviare aiuti, rifornimenti e sostentamento alle popolazioni invase. Il governo però decise di non ascoltare queste richieste, per evitare di minare lo spirito di resistenza degli occupati e agevolare la situazione per il nemico. Ne risultò un’Italia devastata dalle perdite, martoriata nell’onore ma soprattutto annientata a livello umano.