I talebani danno la caccia "casa per casa" alle donne giudici, corsa per evacuarle

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- (Photo: Reuters/Getty)
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“Ci stanno cercando casa per casa. Siamo in pericolo. La loro idea è che le donne non possano essere giudici, in nessun caso”. E invece in Afghanistan le giudici ci sono, hanno lavorato fino a poche settimane fa. Sono più di 250 in tutto, la maggior parte a Kabul ma alcune anche in provincia. E da quando i talebani hanno preso il potere sono tra i soggetti maggiormente in pericolo. Lo spiega bene, anche se con poche parole, la giudice che l’Nbc ha raggiunto telefonicamente a Herat. Nella sua situazione tante altre colleghe. Alcune sono riuscite a partire verso gli Stati Uniti, come spiega alla stampa Usa Patricia Whalen, magistrato in pensione che sta lavorando alacremente insieme ad altre toghe per far allontanare da Kabul le sue colleghe. Ma il tempo è poco e le persone da trasferire ancora tante.

I pericoli per le giudici afghane arrivano da più fronti: da un lato i talebani, che non accettano l’idea che una donna possa vestire la toga. Dall’altro gli uomini che hanno condannato e che, in molti casi, in questi giorni sono stati liberati dalle prigioni: “Conoscono i nostri volti, se vogliono possono vendicarsi”, ha detto una giovane pm raggiunta dall’Nbc. Le minacce già sono arrivate a tante di loro: gli estremisti le accusano di aver violato la legge islamica la loro e per questo, gli mandano a dire nelle lettere minatorie, saranno condannate a morte.

Per portare via da Kabul le donne giudici rimaste in Afghanistan si sta mobilitando anche l’Associazione internazionale delle donne giudici, che ha scritto un documento per sollecitare l’evacuazione delle colleghe e aperto una raccolta fondi. Si muovono anche le istituzioni: 46 senatori Usa hanno scritto una lettera bipartisan per chiedere di creare un canale ad hoc per le donne che, per il loro lavoro, possono essere particolarmente invise ai talebani.

Una strada simile è stata proposta dall’Unione europea: “L’Ue, come tutti i Paesi che hanno partecipato alla missione Nato, ha l’obbligo di prendersi cura delle persone che sono a rischio a causa della nuova situazione in Afghanistan. Tra questi, giornalisti, attivisti per i diritti umani, avvocati, giudici e in generale, donne e ragazze. Oltre a ciò, ci sono sforzi per assicurare che tutti gli afghani sfollati possano ritornare a casa in modo sicuro. Per questo insistiamo con il lavoro nella regione”, ha detto Eric Mamer, portavoce della commissione europea, ribadendo le parole di Ursula von der Leyen.

Non è certo che tutte le giudici riusciranno a partire, quel che è certe è che - almeno per - ora è impossibile che riescano a esercitare il loro lavoro. E, alla luce di ciò, acquistano particolare valore le parole che Anisa Rasooli, prima donna a essere arrivata a un passo dalla presidenza della corte Suprema afghana, affidò all’istituto di ricerca norvegese Chr. Michelsen appena l’anno scorso: “Credo che il sistema giudiziario afgano stia riacquistando dignità. Ci sono ancora problemi, ma abbiamo fatto notevoli progressi. Se continua così, sono ottimista per il futuro della magistratura in Afghanistan. Ma se questo percorso viene interrotto da conflitti o disordini politici e sociali, allora nessuno potrà sapere quale sarà il futuro del sistema giudiziario”. Quella che sembrava solo un’ipotesi è diventata una triste realtà.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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