La candidatura c'è, la regia forse no

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This handout photo provided by the Chigi Palace Press Office shows Italian Prime Minister Mario Draghi attending his year-end press conference in Rome, Italy, 22 December 2021. ANSA/ CHIGI PALACE PRESS OFFICE +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++ (Photo: CHIGI PALACE PRESS OFFICEANSA)
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Nell’avverbio “indipendentemente” c’è la chiave. La chiave della sostanziale candidatura di Mario Draghi al Quirinale, che nulla fa per nascondere la sua volontà, anzi si spinge fin dove è possibile per non violare i confini dell’irritualità, nell’abito di una conferenza stampa dove era il principale argomento, che il premier non ha affatto evitato, anzi. Anche il clima, l’atteggiamento, il finto sottrarsi, aggiungendo ad ogni risposta un dettaglio argomentativo racconta della costruzione di una eventualità. Ma l’avverbio è anche la chiave delle contraddizioni, tutte politiche, e dei rischi che reca con sé: “Il governo – dice – va avanti indipendentemente da chi ci sarà. È il Parlamento che decide la vita dei governi”.

Nell’“indipendentemente” c’è l’auspicio della continuità della legislatura, che rappresenta il presupposto dell’operazione. Il premier sa che deve evitare il cortocircuito tra la sua candidatura e le elezioni anticipate per due ordini di ragioni: oggettive, perché è complicato immaginare elezioni mentre si discute di mascherine all’aperto e di tamponi per i vaccinati; soggettive, perché, come noto, è complicato chiedere a questo Parlamento di optare per la propria eutanasia. La candidatura è dunque squadernata. Ed esce dal campo delle suggestioni e delle elucubrazioni per diventare ipotesi politica, la principale sul campo, in assenza, almeno per ora, di alternative condivise. Non solo non è esclusa – in fondo, tutte le ragioni che hanno portato alla formazione del suo governo sono immutate, a partire dalla nuova fase della pandemia segnata dalla variante Omicron, sarebbe stato facile per Draghi sottrarsi – ma è anche accompagnata anche da argomentazioni politiche.

La più forte, implicita in ogni risposta, è la consapevolezza che, a immutata indisponibilità di Mattarella, altre figure in grado di coagulare un ampio consenso non ci sono. E quindi se è vero che la sua ascesa al Quirinale rappresenta un’incognita sul governo, è vero anche che una maggioranza sul Colle diversa da quella del governo comunque non sarebbe priva di conseguenze: “È da temere – dice Draghi - se la maggioranza si spacca sul capo dello Stato. È immaginabile una maggioranza che si spacchi sul presidente della Repubblica e si ricompone sul governo?”. Però in quell’“indipendentemente” ci sono anche parecchie incognite e contraddizioni, perché, sostanzialmente, si chiede ai partiti un progetto che non hanno, così come non lo avevano quando Sergio Mattarella indicò il nome di Draghi per un governo di emergenza, senza che passasse dalle consultazioni. Draghi è stato l’effetto, non la causa, del collasso del sistema politico. È pensabile che quello stesso sistema politico collassato possa essere l’artefice di un patto per eleggere Draghi al Colle e contestualmente dare continuità alla legislatura senza che il quadro vada fuori controllo?

A domanda sull’esistenza di un altro nome capace di tenere assieme il diavolo e l’acqua santa, ritenuta una prerogativa eccezionale dell’attuale premier, Draghi ha sbrigativamente risposto “chiedete a loro”, cioè ai partiti. Certo, di più no poteva dire. E magari non era la sede per aggiungere altro. Ma è chiaro che conferenza stampa di oggi segna un salto di qualità, sotto due punti di vista. Il primo è l’effetto che avrebbe sul governo e sul sistema un eventuale rifiuto della candidatura avanzata oggi dal premier: potrebbe rimanere a governare con delle forze politiche che non lo hanno voluto al Quirinale senza che questo abbia delle conseguenze in termini di forza e legittimazione?

La seconda riguarda l’esigenza e l’assenza di una regia politica in grado di gestire l’operazione costruendo un patto con i partiti che porti Draghi al Colle e dia vita a un altro governo. Figura che finora non c’è stata nella misura in cui il governo Draghi è nato non per volontà dei partiti, ma grazie alla regia politico- istituzionale di Mattarella, cui giustamente il premier ha riconosciuto il ruolo non solo di “notaio” ma di “garante” della Costituzione e del paese. E se in queste parole con cui l’uscente è stato indicato come un esempio si può leggere anche l’idea che Draghi ha del suo potenziale ruolo al Quirinale, appunto di “garante” chiunque vada al governo, il problema è la gestione politica del passaggio, perché la politica è in una fase segnata dalla priorità del Quirinale ma il paese è ancora nella fase segnata dalla priorità della pandemia. E in quell’avverbio c’è il rischio più grande se qualcosa dovesse andare storto, di una rottura tra il livello istituzionale e il sentimento del paese, proprio nel momento, come ha ricordato Draghi in cui, lo sforzo collettivo e non solo del governo, ha prodotto dei risultati non banali e non può permettersi avventure.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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