La Cassazione sul caso Sea Watch: "Carola Rackete ha rispettato il dovere di soccorso"

Carola Rackete (Photo: ANDREAS SOLARO via Getty Images)

Carola Rackete ha adempiuto al dovere di soccorrere i naufraghi in mare. La comandante della Sea Watch, si legge nelle motivazioni con cui la corte di Cassazione ha confermato il ‘no’ all’arresto della giovane tedesca, è entrata nel porto di Lampedusa perché “l’obbligo di prestare soccorso non si esaurisce nell’atto di sottrarre i naufraghi al pericolo di perdersi in mare, ma comporta l’obbligo accessorio e conseguente di sbarcarli in un luogo sicuro” .

Negli atti della Suprema corte si legge ancora: “L’obbligo di prestare soccorso dettato dalla convenzione internazionale Sar di Amburgo non si esaurisce nell’atto di sottrarre i naufraghi al pericolo di perdersi in mare, ma comporta l’obbligo accessorio e conseguente di sbarcarli in un luogo sicuro”, e tale non può essere qualificata, “una nave in mare che, oltre ad essere in balia degli eventi meteorologici avversi, non consente il rispetto dei diritti fondamentali delle persone”. Né, si legge ancora nella sentenza, “può considerarsi compiuto il dovere di soccorso con il salvataggio della nave e con la loro permanenza su di essa, perché tali persone hanno diritto a presentare domanda di protezione internazionale secondo la Convenzione di Ginevra del 1951, operazione che non può certo essere effettuata sulla nave”.

 

Anche il Consiglio d’Europa, ricorda la Corte, ha stabilito che “la nozione di luogo sicuro non può essere limitata alla sola protezione fisica delle persone ma comprende necessariamente il rispetto dei loro diritti fondamentali”.

Un passaggio della decisione è dedicato all’imbarcazione della Guardia di Finanza che, secondo l’accusa, era stata schiacciata dalla Sea Watch a causa delle manovre fatte dalla capitana: “Sono certamente navi militari, ma non possono essere automaticamente ritenute anche navi da guerra”. Lo scrive la terza sezione penale della Cassazione, nelle motivazioni della sentenza con cui sancì la legittimità della decisione del gip di Agrigento di non convalidare l’arresto della capitana della Sea Watch Carola Rackete. “Per poter essere qualificata come ‘nave da guerra’ l’unità della Guardia di finanza deve altresì essere comandata da un ufficiale di Marina al servizio dello Stato e iscritto nell’apposito ruolo degli ufficiali o in documento equipollente, il che nel caso in esame - osserva la Corte - non è dimostrato”. Infatti, si legge ancora nella sentenza, “non è sufficiente che al comando vi sia un militare, nella fattispecie un maresciallo, dal momento che il maresciallo non è ufficiale. Né peraltro il ricorso documenta se tale maresciallo avesse la qualifica di cui sopra. Dunque - concludono gli ‘alti’ giudici - non è stata dimostrata la sussistenza di tutti i requisiti necessari ai fini della qualificazione quale nave da guerra della motovedetta della Guardia di finanza nei cui confronti sarebbe stata compiuta la condotta di resistenza”.

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