La Cina teme per l'economia ma non abbandona "Covid zero"

NOEL CELIS / AFP

AGI - I lockdown per contrastare la variante Omicron mettono in allarme l'economia cinese, che oggi affronta difficoltà ancora più gravi di quelle di inizio pandemia, con il rischio di non raggiungere gli obiettivi di crescita fissati per il 2022 e i timori di ricadute sociali sul piano dell'occupazione. Il quadro emerso dalla teleconferenza di mercoledì lancia l'allarme sulle prospettive della seconda economia del pianeta: a scendere in campo è stato il primo ministro, Li Keqiang, all'ultimo anno del suo mandato, come da lui stesso confermato a marzo scorso.

L'evento di mercoledì per stabilizzare l'economia è stato uno dei più grandi incontri degli ultimi anni: una riunione di cui non sono state diffuse le cifre precise dei partecipanti, ma che ha chiamato a raccolta centinaia di funzionari da diverse province per affrontare il problema della ripresa in un quadro ancora incerto, non solo sul piano del contrasto al Covid-19.

"Ci troviamo in un momento critico per determinare l'andamento economico dell'intero anno", ha detto il premier alla riunione del Consiglio di Stato, il governo cinese da lui guidato, e "dobbiamo cogliere la finestra temporale e impegnarci a riportare l'economia su un percorso normale".

I dati dell'economia di aprile hanno spaventato i mercati, e la stessa Cina: battuta d'arresto della produzione industriale (in contrazione del 2,9% rispetto all'aprile 2021) e crollo dei consumi interni (le vendite al dettaglio hanno registrato un pesante arretramento dell'11,1% su base annua).

Allo stesso tempo, il tasso di disoccupazione delle aree urbane ha sfiorato il record di febbraio 2020, fermandosi solo un gradino sotto, al 6,1%, con un balzo di tre decimi di punto rispetto al dato di marzo (5,8%). Le chiusure di ampie zone della Cina, a cominciare da Shanghai, hanno provocato un "grande choc" all'economia cinese, e la situazione non è ancora del tutto risolta.

Dai dati sulla diffusione del contagio arrivano alcuni segnali incoraggianti. Per il quarto giorno consecutivo, i casi di contagio nella metropoli cinese, segnata dal più duro lockdown messo in atto dall'inizio della pandemia, si sono fermati sotto quota 500 (338, 48 casi accertati più 290 asintomatici) e a infondere un cauto ottimismo è stato anche il segretario del partito della metropoli, Li Qiang: la più alta autorità di Shanghai ha confermato che la fine del lockdown avverrà nei tempi previsti, ovvero il 1 giugno prossimo, quando si passerà a una "gestione normalizzata della prevenzione e del controllo dell'epidemia", come preannunciato il 16 maggio scorso.

Nessun cambio di rotta, però, è previsto per la linea di Covid zero, più volte ribadita dal vertice del Pcc e dallo stesso presidente cinese, Xi Jinping, anche durante le settimane più dure del lockdown a cui sono stati sottoposti i circa 25 milioni di abitanti della metropoli. Anche se si intravede una vittoria, ottenuta a un prezzo estremamente alto, nella "battaglia di Shanghai", all'orizzonte non si scorgono allentamenti alla rigida linea di contenimento del virus, che ha esasperato cittadini e imprese, anche straniere, che hanno espresso nei termini più netti degli ultimi anni la loro insoddisfazione rispetto alle politiche messe in atto a livello centrale.

Per contrastare gli effetti negativi del lockdown, Pechino ha annunciato misure a sostegno dell'economia. Il rischio di una contrazione del prodotto interno lordo nel secondo trimestre minaccerebbe il raggiungimento dell'obiettivo di crescita attorno al 5,5% per il 2022 fissato dallo stesso Li Keqiang a marzo scorso, già giudicato ambizioso, in partenza, da molti analisti. Il governo è sceso direttamente in campo con un piano di aiuti alle piccole, medie e micro imprese e le piattaforme di internet, mentre la banca centrale ha garantito il proprio impegno per l'occupazione, i prezzi e per garantire le forniture di cibo ed energia.

Oggi, l'istituto che regola la politica monetaria di Pechino ha sollecitato le banche a erogare prestiti alle aree centrali e occidentali del Paese, meno sviluppate delle fasce costiere e orientali, e alle aree più colpite dai lockdown. A complicare il quadro è, infine, la guerra in Ucraina, da cui Pechino teme soprattutto ricadute sul piano alimentare e dell'approvvigionamento di grano.

Per evitare l'emergenza, il governo ha messo a disposizione dieci miliardi di yuan (1,39 miliardi di euro) di sussidi a supporto della produzione del cereale, e all'impegno economico si è aggiunta la proposta diplomatica di aprire un "canale verde" per garantire le esportazioni di grano sia da Mosca che da Kiev, avanzata dal ministro degli Esteri, Wang Yi, in un colloquio telefonico con la sua omologa tedesca, Annalena Baerbock.

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli