La Civiltà cattolica promuove la serie tv "Messiah" di Netflix -2-

Ska

Città del Vaticano, 19 mar. (askanews) - Gli autori, scrive il gesuita, "hanno cautamente - e, bisogna riconoscerlo, abilmente - evitato qualsiasi confronto del loro personaggio - o dei suoi «sostenitori» - con le autorità religiose cattoliche o ebraiche. L'unica menzione della Chiesa, molto rapida, è destinata solo a far sorridere ed è a un tempo ridicola e inesatta. In seguito alle voci di un possibile «miracolo» compiuto dal personaggio chiave del racconto, una presentatrice televisiva annuncia casualmente che la Congregazione delle Cause dei Santi indagherà a questo proposito. Ciò è ridicolo, perché la Chiesa non aprirà mai un'indagine su un presunto 'miracolo' compiuto da una persona che non è cattolica. Ed è inesatto, perché, nel caso ipotetico in cui si ritenga che il personaggio in questione sia cattolico, non sarebbe questa Congregazione, ma piuttosto la Congregazione per la Dottrina della Fede a intervenire. La serie non è dunque priva di difetti, ma invita a pensare".

E una volta effettuate queste, come altre, "precisazioni teologiche", prosegue l'articolo, "la serie non è priva di interesse. Può essere un'occasione per riflettere sul contesto della prima venuta del Messia. Potrebbe essere utile per riflessioni con adolescenti e giovani studenti. Perché? Perché ricrea un contesto umano di aspettativa che ricorda quello in cui Gesù apparve".

La serie è dunque "una grande scommessa e non è priva di qualità. Bisogna lodare il coraggio dei produttori e degli sceneggiatori nell'intraprendere un tale progetto: immaginare la venuta nel mondo di oggi di un uomo che potrebbe essere considerato da alcuni come un «messia», Al-Massih, un inviato di Dio. Nell'era di Internet, del telefono cellulare e della globalizzazione, come rendere conto della venuta di un uomo 'straordinario'?".