La concentrazione di gas serra ha toccato un nuovo record

Veronique Viriglio

Nel 2018 i principali gas serra, quelli all'origine del riscaldamento globale, hanno toccato nuovi record di concentrazione, in particolare l'anidride carbonica (CO2), gas associato alle attività umane nonché il più persistente nell'atmosfera. Il picco di 407,8 parti per milione (ppm) - contro 405,5 ppm nel 2017 - registrato dal bollettino dell'Organizzazione meteorologica mondiale (Omm), rappresenta un aumento del 147% rispetto al livello preindustriale, nel 1750. "Conviene ricordare che l'ultima volta che la Terra ha conosciuto una concentrazione in CO2 paragonabile, è stato tra 3 e 5 milioni di anni fa.

2018, l'annus horribilis

La temperatura era allora "tra 2 e 3 gradi superiore a quella odierno e il livello del mare era superiore tra 10 e 20 metri" recita il comunicato a firma del segretario generale dell'Omm, Petteri Taalas. Il 2018 è stato un anno davvero negativo: l'aumento annuo della concentrazione di CO2 è stato superiore al tasso di accrescimento medio dell'ultimo decennio. Un dato che indica "non solo l'assenza di segnale di rallentamento ma ancora meno quello di diminuzione, in barba agli impegni presi con l'accordo di Parigi sul clima" si è allarmata anche l'Onu, con un parere che rafforza la preoccupazione già espressa dall'Omm. In effetti il CO2 è un gas persistente nell'atmosfera per secoli e lo è ancora di più negli oceani.

Stessa pagella negativa per le concentrazioni di metano (CH4), al secondo posto nella classifica dei più importanti gas serra persistenti, e per il protossido di azoto (N2O) il cui aumento nel 2018 è stato di gran lunga superiore alla media annua dell'ultimo decennio.

Il bollettino annuo dell'Organizzazione meteorologica mondiale non rende conto delle quantità di gas serra liberate nell'atmosfera ma solo di quelle che permangono. Sono gli oceani, oltre alla biosfera, di cui fanno parte le foreste, ad assorbire un quarto circa di tutte le emissioni inquinanti.

L'allarme alla vigilia di Cop 25

Il grido di allarme giunge pochi giorni prima del vertice annuo dell'Onu sulla lotta ai cambiamenti climatici, la Cop 25, in agenda dal 2 al 13 dicembre a Madrid. Nel quadro mondiale della produzione di energia dal carbone, secondo gli analisti di Carbon Brief, il 2019 registrerà un calo storico del 3% grazie soprattutto all'impegno delle nazioni sviluppate come Usa e Ue, mentre la Cina, principale Paese sul banco degli accusati insieme all'India, rimane sorda agli appelli a ridurre e continua a costruire nuove centrali a carbone, tanto da rischiare di annullare gli sforzi profusi dalla comunità internazionale.

La Cina spinge sul carbone

Secondo un recente studio di 'EndCoal.org', Pechino sta attualmente costruendo o rilanciando una produzione di carbone equivalente all'intera capacitù europea; sta inoltre finanziando circa un quarto di tutte le centrali a carbone al di fuori dei suoi confini (tra gli altri, Sudafrica, Pakistan e Bangladesh). Il carbone infatti resta una fonte energetica più economica rispetto all'eolico e al solare in molti Paesi emergenti che vi fanno ancora affidamento per portare energia elettrica a buon mercato nelle regioni rurali: in queste nazioni, dall'inizio dell'ultimo decennio, l'uso del carbone e' cresciuto del 54%.