La crisi 5 stelle precipita sulla Fase Due

Pietro Salvatori
Agf

“Il bipolarismo fra Lega e 5 stelle è finito. Da alleato mi auguro ne prendano atto”, dice Nicola Zingaretti. “Dobbiamo rinforzare un ampio fronte progressista. Auspico un’area innovatrice dove trovi spazio anche il Movimento”, commenta Giuseppe Conte. Se tra le due affermazioni trovate consonanze e affinità è perché ce ne sono. Il segretario del partito democratico e il presidente del Consiglio preparano armi e bagagli per entrare nella fase 2 del governo. Una corrispondenza di politici sensi che arriva al suo apice quando il premier risponde alla domanda di Lilli Gruber su come avrebbe votato in Emilia Romagna: “Mi sarei affidato al voto disgiunto”. Poi aggiunge di corsa: “Ma non dico quale”. Senza voler fare all’avvocato del popolo un processo alle intenzioni, il solo voto disgiunto di cui si è parlato e che ha preso una certa consistenza nelle urne è quello di coloro i quali hanno votato la lista M5s e come presidente il democratico Stefano Bonaccini. L’equazione è presto fatta.

I due consoli marciano spediti verso un cronoprogramma che, idealmente, li accompagnerà per i prossimi tre anni. Ma devono fare i conti con un avversario temibile: la crisi del Movimento. I 5 stelle si trovano al cospetto di uno dei guadi più pericolosi della loro pur breve vita senza una guida. Luigi Di Maio si è trincerato dietro un rumorosissimo “no comment”. “Ha provato in tutti i modi a dire che non si doveva correre”, dice un parlamentare a lui molto vicino. E aggiunge: “Ha fatto poi ben presente che a seguito di questa decisione le responsabilità sarebbero state di tutti”. L’interim è assunto da Vito Crimi, che i suoi definiscono “un perfetto uomo macchina”, ma non è di certo lui alla guida. Le due anime della creatura di Beppe Grillo sono lacerate tra chi vorrebbe dare seguito alle parole di Conte, e iniziare un percorso di avvicinamento all’area riformista, e chi continua a perseguire la via dell’isolazionismo come...

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