La danza come film e meditazione, a Venezia “We, Humanhood”

Image from askanews web site
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Milano, 26 lug. (askanews) - La danza contemporanea vive della sua presenza fisica, della relazione stretta con il pubblico, una relazione diretta, a volte radicale. Per questo può sembrare difficile trasferire quelle sensazioni in un film, eppure "We, Humanhood", presentato in prima mondiale nella rassegna cinematografica all'interno della Biennale Danza, ci riesce e riesce a trasmettere quella sensazione di ricerca non solo fisica, ma anche filosofica che la compagnia di Julia Robert e Rudi Cole porta avanti. Per i due Humanood la danza è un'esperienza che va oltre il corpo, per aprire spazi spirituali, porte sull'invisibile, che i due artisti, che a Venezia portano in prima italiana la loro Dance Theatre Meditation intitolata "Infinite", hanno raccontato nel film come dialogo con il respiro con la natura e con culture diverse dalla nostra, per esempio quella dalla Papua Nuova Guinea, nelle quali si sono immersi per uscirne trasformati, arricchiti, più vicini a quell'idea di umanità che portano nel nome.

La meditazione, appunto, alla base del gesto, a sostegno del movimento, che poi ne viene trasfigurato e ampliato. Così come il film amplia lo spazio della narrazione, mostrando molto di ciò che viene prima dello spettacolo, prima della messa in scena vera e propria, in un racconto che è diretto e metaforico al tempo stesso, lineare e trasognato. Dai corpi nudi che abbracciano una foresta fino alle audizioni per scritturare danzatori, tutto concorre a sostenere l'idea che la danza, per essere, debba necessariamente tentare di essere tutto, di abbracciare tutto, di dare una forma al modo in cui siamo, non solo a quello dell'attività artistica e dello spettacolo. Le scelte visuali sono affascinanti, anche se a volte possono scivolare nel didascalico, ma nel complesso l'effetto è coinvolgente, è una presenza che ha la forza di rinnovare la meraviglia del gesto, che dalla poltrona del teatro Piccolo Arsenale ci scopriamo presto a desiderare di vedere dal vivo, per poter percepire sulla propria pelle quell'idea seminale di coinvolgimento e scambio che la compagnia Humanhood colloca al centro esatto della propria pratica.

Si esce dalla sala, quindi, pensando che il corpo sia una geometria variabile, fatta di sangue e muscoli, ma anche di uno spirito che ne qualifica il gesto artistico e il movimento, Oltre che con la certezza che la Biennale Danza sia uno di quegli eventi che non si possono mancare se si vuole provare a capire il contemporaneo. E tuto questo ancora prima di vedere davvero i danzatori sulla scena.

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