La danza secondo Claudia Castellucci: facciamo qualcosa di reale

Lme
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Venezia, 27 ott. (askanews) - "La danza fu l'intuizione di creare un movimento profondamente silenzioso". "Mi affidai soltanto alla musica come fonte di ritmo da seguire". Possiamo scegliere queste due sue citazioni per provare a entrare nel mondo di Claudia Castellucci, coreografa romagnola Leone d'Argento alla Biennale Danza 2020, che ha portato in Arsenale lo spettacolo "Fisica dell'aspra comunione - Ballo della compagnia Mòra", su musiche di Olivier Messiaen. Rigoroso, con una ricerca della perfetta misura del gesto e dell'idea stessa di ritmo profondo, lo spettacolo sembra rispecchiare con fedeltà la visione delle coreografa, che così ci ha parlato, in un camerino al limite dello spartano e con un'aura di dolorosa lucidità a sprigionarsi dalla sua persona, di cosa rappresenta la danza tra le arti. "Più che la danza essere un'arte che raccoglie tutte le altre - ci ha spiegato - io direi che è un'arte che si sottrae un po' a tutte le altre, nel senso che ha una sua propria specificità, che non condivide con le altre: ha una parte molto rilevante di realtà, di fisicità e di attualità per quello che accade in scena. E' un'arte che, come le altre, ha una parte dedicata alla finzione, ma c'è una parte rilevante legata proprio alla realtà del movimento e questa è la cosa che più mi ha interessato della danza. Quello che si fa danzando è qualcosa di reale". Ovviamente il tema della realtà, della sua definizione ed emulazione, è il tema centrale per chiunque ragioni di cose d'arte, ma, una volta accettata questa domanda, non sempre è indispensabile (e forse neppure utile) ambire a una risposta definitiva. Più importante è quello che Claudia Castellucci definisce "essere all'altezza dei tempi". Ma come si fa? "Bisogna esercitarsi, fare degli esercizi - ci ha risposto - e, in base alla propria disciplina e alla propria professione, essere all'altezza vuol dire cercare proprio di rispondere e inventare, tutte e due le cose". Se pensiamo che gran parte della carriera della coreografa si è fatta intorno all'idea di scuola, di luogo aperto per chi voleva avvicinarsi alla danza, non solo per apprendere una tecnica, ma per esserci all'interno di uno spazio che è sia fisico sia mentale, si capisce ancora meglio la portata del consiglio e la sua possibile declinazione anche in altri ambiti della vita. Inevitabile poi, visto il momento che stiamo attraversando, affrontare con Claudia Castellucci anche il tema di come si può vivere e convivere oggi con una disciplina, come al danza, che ruota completamente intorno al corpo.Oggi che il corpo, la relazione, l'altro sono visti come potenziali nemici. "L'arte sorge - ha concluso la coreografa - perché ci sono delle condizioni sfavorevoli, la condizione sfavorevole è proprio il motore che fa sorgere l'arte. Nella vita quotidiana è chiaro che queste giocano un ruolo di grande repressione, dolore e sofferenza, questo è indiscutibile, ma dal punto di vista artistico e rigorosamente parlando, non ci devono spaventare queste condizioni sfavorevoli". Condizioni che lo spettacolo portato all'Arsenale di Venezia sembra dominare grazie proprio all'intensità e all'aderenza al luogo e alla musica. E che, in qualche modo, a Biennale Danza conclusa, ci permettono anche di non dimenticare cosa rappresentano le performance dal vivo.