La decisione della Corte europea che rischia di far felici mafiosi e terroristi

paolo borrometi

I mafiosi e i terroristi responsabili di omicidi e stragi devono scontare la propria pena in carcere. Sembra un'ovvietà, ma da lunedì potrebbe non esserla più. L'ordinamento italiano beneficia infatti di uno strumento importantissimo, fortemente voluto dai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e altrettanto strenuamente osteggiato dai mafiosi capimafia: l'ergastolo ostativo. Non per caso Totò Riina lo inserì in cima al ben noto "papello” - consegnato dopo le stragi del 1992, oltre al 41 bis (cioè il carcere duro per i boss).

L'ergastolo ostativo – conosciuto con il termine di 4bis dell'ordinamento penitenziario - in una parola è una sorta di "lucchetto” che può applicarsi alla cella di mafiosi e terroristi quando la pena loro comminata prevede la reclusione a vita: il cosiddetto “fine pena mai”. Pur tuttavia nel nostro ordinamento (anche) chi viene condannato all'ergastolo ha diritto ad alcuni benefici (come la semilibertà) e può usufruire di permessi-premio.  Se durante la  detenzione ha tenuto una buona condotta e un comportamento tale da far ritenere sicuro il suo ravvedimento, dopo 26 anni di carcere può essergli inoltre concessa la libertà condizionale.

E così veniamo al punto. Il potenziale rischio insito nelle maglie di questa norma è venuto clamorosamente allo scoperto in seguito al ricorso presentato alla Corte Europea di Strasburgo (CEDU) da un ergastolano  - si tratta di Marcello Viola, condannato per associazione mafiosa, sequestro di persona, omicidio e possesso illegale di armi - ricorso accolto dalla Corte che in più ha censurato il comportamento del nostro Paese.

Una sentenza che lascia a dir poco perplessi: se infatti in questo caso la Cedu ha censurato l'Italia, in più di un'occasione la stessa Corte ci ha condannato per non aver a sufficienza tutelato le vittime, omettendo di apprestare sufficienti e concrete misure preventive e protettive contro persone che già si erano rese capaci di delinquere.

Ma se un mafioso, un terrorista, ha più volte dimostrato la sua crudele e reiterata azione, come si fa a difendere le sue vittime se non proprio servendosi dello straordinario strumento dell'ergastolo ostativo? A chi sostiene che inevitabilmente esso condanni il mafioso o il terrorista a morire in carcere, vorrei ricordare che non è così. C'è un modo, molto semplice, per evitare di rimanere in carcere a vita e usufruire dei benefici offerti dalla legge: collaborare con la Giustizia, mostrando nei fatti di volersi pentire.

D'altronde la micidiale arma ideata da Falcone, ergastolo-carcere duro, ha ottenuto negli anni moltissimi degli effetti sperati: molti mafiosi, pur di non finire la propria vita fra le mura di un istituto di reclusione, hanno scelto di collaborare. Così sono si sono potuti catturare decine di latitanti, scoperti e condannati migliaia di colpevoli di delitti irrisolti.

Ora la parola passa alla “Grande Camera della Corte europea dei diritti dell'uomo”, che dovrà pronunciarsi sul ricorso presentato dal governo italiano. Il Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha già fatto trapelare tutta la sua preoccupazione per la decisione che sarà presa, e in tal senso non si possono derubricare a parere personale le stesse parole pronunciate dal pm Nino Di Matteo. Il magistrato afferma che con l'eliminazione dell'ergastolo ostativo aumenterebbe il rischio "che i capimafia ergastolani continuino a comandare, e sarebbe un segnale di possibile riaffermazione anche simbolica del loro potere".

In ballo qui c'è la Giustizia e il rispetto delle vittime, sia chiaro, perché un bambino sciolto nell'acido, una donna uccisa, una strage fatta, non possano essere liquidate con una manciata di anni di carcere. Nei giorni della stretta cronaca ci indigniamo per un duplice omicidio, e siamo tutti a chiedere Giustizia. Quella Giustizia però deve essere vera e certa. Non possiamo essere un Paese che tutela i carnefici e si dimentica delle vittime.

Penso ai familiari di quelle di mafia, ai familiari dei poliziotti, ai tanti magistrati caduti in servizio, ma anche a tutte le donne e gli uomini che pregano ogni giorno per vedere quantomeno i colpevoli delle loro sofferenze in carcere e che non meritano certo di vederli passeggiare tranquillamente per strada facendo “maramao” al loro dolore. Se vogliono poter uscire a fare due passi allora collaborino con la Giustizia e si pentano, davvero.