La destra immaginaria e la destra reale, nostra dirimpettaia quotidiana

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(Photo: ANSA)
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Periodicamente, ogni qualvolta tra noi appare la zavorra convincente e insieme ripugnante del fascismo, punteggio massimo mai raggiunto dalla destra dentata nel nostro Paese in concreto, tale da rendere impresentabile, comprensibilmente, la destra stessa tutta, almeno qualora volesse raggiungere il Palazzo nuovamente in doppiopetto se non d’orbace, a suo modo griffato d’antico. Puntualmente qualcuno, con candore impagabile, anzi, talvolta segnatamente le teste d’uovo “di sinistra” prova a immaginare l’esistenza di “un’altra” destra, esatto una destra “civile”, presentabile, addirittura estranea alle pulsioni sovraniste, magari in grado di togliere il saluto romano agli Orban e ai colleghi non meno orrifici di Polonia, possibilmente non oscena, non razzista: laica, al corrente dei principali rudimenti di cordialità riferibili ai diritti, per l’appunto, “civili”, compresa la tolleranza sui temi della diversità sessuale, e possibilmente estranea al pensiero e al ghigno golpistico; una destra, sia detto, ahimè, del tutto immaginaria, fantasmatica, estranea al proprio pantone storicamente nero.

Volendo citare lo scrittore Alberto Arbasino e il suo paradigmatico romanzo-summa, “Fratelli d’Italia“ - e non sembri questa una parafrasi del partito della Meloni e dei suoi cognati una destra che tutti noi si possa ospitare in casa senza timore che usi i nostri personali accappatoi e le ciabatte per ballare il cha-cha-cha agitando i flaconi di bagnoschiuma come fossero maracas. La suggestione della destra immaginaria corrisponde simmetricamente, forse, al candido pensiero di chi, chiamando in causa Berlusconi e la sua, tutta sua, Forza Italia, accennava con credulità altrettanto evidente all’intenzione secondo cui quest’ultimo, il Cavaliere, volesse mettere in atto ciò che veniva chiamata, con fiducia confidenziale, “rivoluzione liberale“.

Proviamo a suggerire la semplice verità? Bene, si sappia che il pratico sentire italiano ha creato milioni di souvenir di Mussolini e del fascio littorio, compreso il “profilo continuo”, opera futurista dello scultore Bertelli, assai meno memorabilia con il volto rispettabile e pacioso di Camillo Benso conte di Cavour o magari dell’acuto Longanesi; così almeno se vogliamo attenerci alla destra storica e rispettabilmente liberale.

Quanto alla già menzionata destra immaginaria, questa viene evocata ogni qualvolta la destra reale, che sempre odora di rancio e fureria e del “lei non sa chi sono io!”, e ha perfino l’abitudine, in una realtà altamente secolarizzata, di ipotizzare il rosario e l’altare della Famiglia come complemento d’arredo intellettuale, paradossalmente ciò avviene mentre Chiara Ferragni mette al mondo una sorta di collanina-rosario che ciondola attaccata ai cellulari delle ragazze intente semmai a selfarsi, viene evocata per puro esorcismo, per illusione.

Nei lunghi anni del ciclo storico impropriamente definito prima Repubblica, escludendo i picchi eversivi di una destra ancora parafascista rappresentata da Almirante, Rauti e perfino dall’ammiraglio Birindelli cui il gruppo musicale degli Stormy Six ebbe a dedicare una canzone sulla falsariga della “Badoglieide” dei Gufi, che così intonava “… se Almirante ci ha rotto le tasche, Birindelli ci ha rotto i coglioni, dei fascisti quei vecchi cialtroni in Italia più posto non c’è“, esisteva alla la diga dell’ “arco costituzionale”, ormai evocato da pochi. Pura illusione immaginarli estinti, perché il sentire fascista brulica intatto sempre tra noi, essendo, non vorrei ripetermi, il fascismo un bene rifugio subculturale della piccola borghesia nazionale.

Sempre al tempo delle grisaglie democristiane, la destra veniva neutralizzata dal cosiddetto centro, un bilanciere, ossia da “una forza centrista che guardi a sinistra”, almeno secondo le intenzioni degasperiane, con il corollario degli “opposti estremismi”. Ma la sto facendo troppo lunga, la complessità non paga in politica, anzi, annoia, se è così allora diciamola tutta: se a sinistra resiste l’idea dell’utopia, quest’ultima dovrebbe essere estesa anche al suo opposto politico, antitetico. È però ancora presto per immaginare una destra che non sia oscena, a parte gli apprezzabili ambiziosi tentativi di Filippo Rossi con la sua “Buona destra“.

Dunque, di sfondo resta immutabile l’immagine dei trogloditi in accappatoio e ciabatte. Realpolitik pretende che la politica si faccia con i mattoni di cui disponiamo, dimenticavo di aggiungere questo caposaldo della verità. Chi vivrà vedrà, e forse ancora fra cent’anni ci ritroveremo ad auspicare l’avvento di una destra che sia reale e non immaginaria, non frutto dell’ingegneria etica di chi ha già acquisito il vaccino della democrazia, le regole di base della tolleranza e dello stile. A che punto è la notte della destra? Rispose un grande “Boh?”

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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