La direttiva europea sul salario minimo verso l'approvazione

Uno stipendio adeguato per i lavoratori di tutta Europa. È l'obiettivo della direttiva sul salario minimo, discussa questa settimana dal Parlamento comunitario, che l'aveva negoziata a giugno con gli Stati membri e la cui approvazione nella votazione definitiva dell'Eurocamera non sembra in discussione: secondo molti deputati si tratta di una misura dal grande impatto sociale che manda un segnale forte.

L'importanza della direttiva

"Questa direttiva è un passo molto, molto importante per affrontare la povertà strutturale che vediamo nell'Unione Europea", dice a Euronews Ska Keller, co-presidente del gruppo Verdi/Ale all'Eurocamera. "Ci sono tante persone che faticano ad arrivare a fine mese, e questo ancora prima dell'inflazione, ancora prima dell'aumento vertiginoso dei prezzi dell'energia. Quindi, è molto importante mettere in atto un cambiamento strutturale, che andrà a beneficio di milioni di cittadini europei".

Sulla stessa linea la socialista ungherese Klara Dobrev: "Questa è la fine di un'era. Per decenni, i Paesi europei hanno fatto a gare ad abbassare il costo del lavoro e quelli che lo avevano più basso venivano considerati vantaggiosi. Questa è la fine di un'era in cui la competitività si misura con la vulnerabilità dei lavoratori e la manodopera a buon mercato".

Nessun salario minimo in Italia

Le norme contenute nella direttiva non fissano una soglia minima generalizzata, ma puntano ad allineare i salari con il potere d'acquisto, diverso in ogni Paese: saranno valide tutti i i contratti e i rapporti di lavoro e le autorità nazionali dovranno controllarne la corretta applicazione.

La legislazione concordata mira infatti a garantire che i salari minimi nei 21 Paesi dell'Unione che li adottano permettano standard di vita dignitosi. I ritocchi devono avvenire almeno ogni due anni (quattro anni al massimo in quei Paesi con un meccanismo di indicizzazione automatica) e le parti sociali dovranno essere coinvolte nel processo. Le nuove soglie minime devono tenere in considerazione le condizioni socio-economiche, il potere d’acquisto e i livelli di produttività nazionali, si legge nella comunicazione del Parlamento europeo sul tema

Non verrà introdotto, invece, un compenso minimo obbligatorio in quegli Stati, tra cui l'Italia, che al momento non lo prevedono. Gli altri sono Austria, Danimarca, Svezia, Finlandia e Cipro.