La febbre leghista contagia le zone rosse

Alessandro De Angelis

Siena, Campi Bisenzio, Massa, poi gran finale di Matteo Salvini a Pisa, dove qualche giorno fa, dopo la partita Inghilterra-Tunisia il centro storico si è trasformato nel far west degli immigrati, tunisini contro nigeriani, con un barista del luogo finito col naso rotto. Pisa come termometro della febbre leghista che contagia una città, da sempre, simbolo della sinistra, del buongoverno, della famosa filiera Pci-Pds-Ds-centrosinistra.

Già, c'era una volta, verrebbe da dire, prima che il virus infettasse l'Emilia Romagna e le roccaforti operaie come Terni, dove il Pd non è neanche al ballottaggio. Pisa, ma anche Siena e Massa, altre due roccaforti della sinistra a rischio: è evidente la posta in gioco nazionale, in quest'era sovranista segnata dall'afonia della sinistra, con Matteo Renzi che, in giro, non si è fatto vedere, perché sono gli stessi dirigenti locali a non chiamarlo, per non correre il rischio di maldisporre un elettorato già abbastanza disilluso e punitivo verso il Pd. A Pisa, dove la Lega è primo partito col 25 per cento in nome del "basta buonismo, prima gli italiani", nell'ultima settimana sono arrivati, a conferma dell'importanza politica e simbolica della sfida, Beppe Sala, Massimo Zedda, Carlo Calenda e anche Paolo Gentiloni e Walter Veltroni per sostenere Andrea Serfogli, il candidato del centro-sinistra che al primo turno si è attestato un punto sotto il candidato del centrodestra Michele Conti. Centrodestra, o meglio una sorta di grande Lega che ha prosciugato Forza Italia, partito non pervenuto né al livello locale né nazionale, con i suoi voti in libera uscita verso Salvini e una classe dirigente di superstiti, di ciò che non c'è, incapace di esprimere una sola idea originale e autonoma su ciò che è e sarà.

La sensazione è che la geografia del voto a Pisa ha già segnato un cambio d'epoca, con percentuali impensabili nel quartiere popolare Cep, una volta residenza dello zoccolo duro del Pci. Siena, altro simbolo di...

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