La fotografia materica di Franco Vimercati in mostra

Di Marco Arrigoni
·3 minuto per la lettura
Photo credit: Lorenzo Palmieri
Photo credit: Lorenzo Palmieri

From Harper's BAZAAR

Tredici scatti di orologio, fatti nell’arco di un minuto a circa 4 secondi e mezzo l’uno dall’altro. Trentasei scatti di una bottiglia d’acqua minerale, 36 infinitesimali possibilità di esibire una differenza nella similitudine. Sei fotografie di una tela bianca: filtrare in cerca di una minima differenza, come si fa con il riso in cerca del sasso. Lo stesso vaso in sei immagini diverse; cambia la luce, cambia la forma: la luce, in fotografia, è materia.

La Galleria Raffaella Cortese di Milano ospita una mostra di uno dei più bravi e sofisticati fotografi italiani della seconda metà del Novecento: Franco Vimercati (Milano, 1940-2001), in programma fino al 23 gennaio.

Photo credit: Archivio Vimercati
Photo credit: Archivio Vimercati

Le sue fotografie mi ricordano ossessivamente un pensiero fondamentale di Giorgio Morandi: “Per conoscere non è necessario vedere molte cose, ma guardarne bene una sola”. Questo perché in Vimercati non c’è lo studio di uno stesso stile in vari oggetti, come non c’é il desiderio di incarnare una determinata ricerca in forme e fenomeni diversi.

Come Morandi con le bottiglie, i bicchieri, il tavolino di Grizzana, così Vimercati guarda sempre lo stesso oggetto per riportare poi in fotografia come il passare del tempo, l’evolversi di un’epoca, lo srotolamento emotivo, la mutazione giornaliera della luce diano interpretazioni diverse della stessa fetta di realtà.

Photo credit: Archivio Franco Vimercati, Milano e Galleria Raffaella Cortese, Milano
Photo credit: Archivio Franco Vimercati, Milano e Galleria Raffaella Cortese, Milano

L’orologio di cinque secondi fa è già diverso, perché io che lo guardo sono diverso. Cinque secondi cambiano la storia delle nostre cellule, segnano il processo chimico che consente la vita e forma i pensieri.

È lui stesso a dire a questo proposito: “Considero elemento qualificante del mio lavoro non la rappresentazione dell’oggetto, bensì la fitta trama di relazioni che si verificano tra una registrazione e l’altra: opera come teatro dell’esperienza”.

Photo credit: Archivio Vimercati
Photo credit: Archivio Vimercati

Le impercettibili differenze, che però esistono come dato di fatto oggettivo, mettono in scena proprio l’eventualità legata al vivere, l’unione della potenza all’atto e quindi il costante piccolo mutamento rappresenta, in Vimercati, la vita e l’uomo.

Oltre il bianco-e-nero, gli sfondi bui, la ripetizione algida e minimalista, si cela un grande senso di calore e umanità. Perché gli oggetti sono tra i più comuni e domestici (bottiglie d’acqua, orologi, vasi, zuppiere, piastrelle, caffettiere, grattugie, ferri da stiro) e sono avvicinati in un modo davvero familiare, come se porti per essere presi, toccati, girati, usati.

Photo credit: Lorenzo Palmieri
Photo credit: Lorenzo Palmieri

Come nel caso di Giorgio Morandi, la biografia rivela di Vimercati il suo essere schivo, appartato, radicato nel luogo natale. E come è in Morandi, la fissazione sui medesimi oggetti, la ricerca del riflesso della mutazione emotiva sul mondo circostante, la rappresentazione dell’esistenza negli elementi basilari che la compongono parlano della tendenza a fare un passo indietro, del sentirsi a proprio agio nel guardare piuttosto che nell’essere guardati. Mi viene proprio in mente un’inadeguatezza nei confronti dell’ampiezza del mondo, un imbarazzo verso il movimento continuo e assillante, un disagio (oggi molto presente) dovuto al bombardamento di informazioni, immagini, tendenze e stili di vita degli altri.

Con Franco Vimercati si torna ad un modo di percepire il mondo individuale, concentrato, mirato, rispettoso della propria individualità. E lo si impara.