La generazione Z conosce solo lo smartworking, per loro l'ufficio sarà solo un ricordo

·6 minuto per la lettura
- (Photo: lechatnoir via Getty Images)
- (Photo: lechatnoir via Getty Images)

Ufficio, questo sconosciuto. Per la “Generazione Z”, quella dei nati a partire da metà degli anni Novanta, il lavoro in presenza è un concetto lontano: molti di loro, avendo iniziato una carriera durante la pandemia, hanno conosciuto soltanto lo smart-working. La loro scrivania è posizionata nel salotto di casa o in camera da letto, non sanno cosa voglia dire lavorare nello stesso spazio con dei colleghi, il loro mantra è autonomia-autonomia-autonomia.

“Quella dei ‘nativi smartworker’ è una generazione che ha fame di conoscere e di integrarsi all’interno delle realtà aziendali ma, al ritorno in ufficio, spetterà alle singole realtà adattarsi rendendosi attrattive per questi nuovi lavoratori, che sono preziosissimi in un momento in cui il turnover è in forte crescita”, dice all’HuffPost il professor Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart working del Politecnico di Milano.

Per l’esperto, dunque, “sarà il sistema lavoro a dover adattarsi alle persone: non soltanto a chi ha iniziato una carriera durante la pandemia, ma anche ai lavoratori di altre generazioni che in questi mesi hanno maturato nuove esigenze e aspettative”. Il professor Corso prosegue sottolineando che oggi “le persone sono alla ricerca non solo di flessibilità, ma anche di socialità e piacevolezza dell’interazione. Le organizzazioni dovranno quindi ‘ricostruire’ identità e capitale sociale ridisegnando esperienze di collaborazione e condivisione. Non si tratta di un ritorno al passato, ma della ricerca e della sperimentazione di modelli ‘ibridi’ che consentano ai team e ai singoli di definire il luogo, gli orari e gli strumenti per lavorare in funzione delle esigenze, bilanciando esigenze personali ed organizzative. È questo il senso del ‘vero’ smart-working che, anche dal punto di vista normativo, deve prevedere un’alternanza tra lavoro in presenza e da casa”.

Se da un lato la categoria ‘nativi smartworker’ costituisce un’interessante novità per il mondo del lavoro, dall’altro fa riflettere sulle difficoltà che possono nascere nell’ambito della formazione e dell’attività di tutoraggio a distanza delle nuove leve. Il professor Corso commenta: “Prima della pandemia, lo smartworking era una modalità di lavoro prevista soltanto per i lavoratori con un certo livello di anzianità. L’ultimo anno e mezzo è stato una palestra: le aziende hanno dovuto sperimentare modelli di affiancamento e coaching virtuale per stagisti e nuovi assunti. Se da un lato questo ha generato delle criticità, dall’altro ha aperto la strada ad attività di formazione meglio programmate”, dice Corso.

L’esperto spiega che “se in tempi pre-pandemia, col lavoro in presenza, il tutoraggio del nuovo lavoratore era demandato tendenzialmente a un singolo referente, oggi la formazione può essere affidata a più team in grado di fornire nozioni ed esperienze diversificate. In alcuni casi, gli affiancamenti coinvolgono anche team esteri. Questo può costituire un fattore positivo, in grado di accelerare la crescita e lo sviluppo di competenze delle nuove leve. In altre parole: ora i percorsi sono necessariamente più strutturati, prima molto era lasciato all’intuizione”.

A preoccupare c’è l’eventualità di un mancato sviluppo delle capacità interpersonali dei nuovi lavoratori, privati dell’esperienza in ufficio. “I giovani hanno bisogno di relazioni strette, di persone con cui sfogarsi e di figure-mentore”, afferma Eddy Ng, professore di management alla Queen’s University di Kingston (Ontario) interpellato dal Wall Street Journal. La scorsa estate l’esperto ha condotto un sondaggio su 424 persone che lavorano da remoto dall’inizio della pandemia. Tra i lavoratori over 40, il 45% ha dichiarato che avrebbe preferito continuare a lavorare da remoto anche dopo la pandemia. La percentuale degli under 40 che sono della stessa opinione si è fermata al 30%. Tra i più giovani, dice Ng, “c’è paura di essere tagliati fuori”.

Anche su questo punto interviene il responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart working del Politecnico di Milano. “In questo periodo le aziende hanno investito molto di più in comunicazione e momenti di condivisione. Appuntamenti e apertivi virtuali sono solo alcuni degli strumenti attraverso i quali si è cercato di mantenere o costruire i rapporti, coinvolgendo anche i neo-assunti”, dice Corso.

“La dimensione di interazione sociale rappresentata dal luogo fisico di lavoro manca, in varia misura, a tutti i lavoratori. Soprattutto ai più giovani. Un sondaggio condotto da OneDay su intervistati GenZ e Millennials indica che un numero consistente auspica un ritorno al lavoro in ufficio”, sottolinea all’HuffPost Francesco Frugiuele, fondatore e ceo di Kopernicana, società di consulenza specializzata nel settore.

Nel dettaglio, il sondaggio di OneDay indica che un intervistato su due (53%) considera lo smart-working una grande occasione, soprattutto per migliorare la qualità della propria vita, il famoso work-life balance. Una piccola parte degli intervistati (4,4%) è invece preoccupato per i fattori che possono peggiorare la performance lavorativa: per loro, lo smart-working genererebbe troppe distrazioni. C’è poi chi non è contrario allo smart-working, ma è convinto che sia una modalità da affiancare al lavoro in ufficio (40,6%).

Il Wall Street Journal racconta la storia di una giovane americana, che ha vissuto sia l’esperienza dell’università e della laurea a distanza che dall’entrata nel mondo del lavoro da remoto. Abbey ha 22 anni e la scorsa estate scorsa si è unita alla startup newyorkese Loftie come stagista a distanza. La giovane è stata richiamata circa un mese fa per un lavoro full time nell’ambito del marketing, che svolge dalla casa dei suoi genitori a Boston.

“Penso che la scuola a distanza mi abbia sicuramente aiutato ad affrontare il lavoro a distanza”, dice la 22enne che però sottolinea di ritenere che le interazioni reali renderebbero il suo lavoro ancora migliore. Anche se l’azienda considera ancora facoltativo il suo ingresso in presenza nell’ufficio di New York, la giovane vuole trasferirsi al più presto per cominciare a lavorare fianco a fianco coi colleghi che finora ha incontrato una sola volta. “In questo momento mi trovo in un limbo e sono pronta ad inaugurare una nuova fase della mia vita”, racconta.

“A mio parere - spiega Frugiuele di Kopernica - in queste dinamiche intervengono due elementi. Il primo è che si può compensare solo parzialmente alla capacità di processare informazioni che ha il corpo umano nell’interazione personale. Il secondo è che tutti noi, giovani e meno giovani, stiamo ancora scoprendo e imparando a socializzare, pianificare e collaborare in una dimensione virtuale. Le innovazioni in questo campo sono così rapide che, nel momento in cui abbiamo fissato un paradigma, ne è già nato uno nuovo. Pensiamo, per esempio, alla realtà dei cosiddetti ‘Hybrid Meeting’ dove alcune persone sono fisicamente riunite mentre altre partecipano da remoto”.

Anche per Frugiuele, al ritorno in ufficio, ci sarà bisogno della creazione di ‘modelli ibridi’: “La discussione ‘lavoro in ufficio vs lavoro in remoto’ in sé e in astratto rischia di essere inutile e improduttiva. Non è auspicabile che il remote working ‘puro’ diventi la modalità dominante. Il futuro sta in nuove e specifiche articolazioni fra modalità sincrone/asincrone e in presenza/in remoto che ciascuna organizzazione deve saper trovare in relazione al proprio contesto e alla propria realtà”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli