La grande fuga dell'Occidente

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European Council President Charles Michel speaks with European Commission President Ursula von der Leyen after a press conference at the end of a virtual G7 summit to discuss the crisis in Afghanistan at The European Council Building in Brussels, on August 24, 2021. - An emergency meeting of the G7 leaders agreed that the Taliban will be held accountable for its actions in Afghanistan on protecting women's rights and preventing terrorism. (Photo by Kenzo TRIBOUILLARD / AFP) (Photo by KENZO TRIBOUILLARD/AFP via Getty Images) (Photo: KENZO TRIBOUILLARD via Getty Images)
European Council President Charles Michel speaks with European Commission President Ursula von der Leyen after a press conference at the end of a virtual G7 summit to discuss the crisis in Afghanistan at The European Council Building in Brussels, on August 24, 2021. - An emergency meeting of the G7 leaders agreed that the Taliban will be held accountable for its actions in Afghanistan on protecting women's rights and preventing terrorism. (Photo by Kenzo TRIBOUILLARD / AFP) (Photo by KENZO TRIBOUILLARD/AFP via Getty Images) (Photo: KENZO TRIBOUILLARD via Getty Images)

Di fronte al triste epilogo della ‘avventura’ occidentale in Afghanistan, anche i più scettici della formula che vent’anni fa fu usata per giustificare la guerra al fondamentalismo islamico, vale a dire ‘l’esportazione della democrazia’, non possono che rimanere a bocca aperta. Il punto oggi non è disquisire sulla veridicità di quella giustificazione, sulle sue percentuali di verità o finzione, sul suo grado di onestà intellettuale. Il punto è che quella era la ‘verità ufficiale’ che gli Usa e tutto l’Occidente hanno raccontato al mondo e ora quella ‘verità’ non esiste più, evaporata nella strategia del ritiro che è forse un modo moderno per non ammettere la sconfitta. Il fatto è che senza quella narrazione, vera o finta che fosse, l’Occidente è nudo.

In molti hanno creduto alla mission ufficiale della guerra. Molti altri non vi hanno creduto e hanno contestato il conflitto nelle piazze dell’Occidente. Alla luce di come è andata, di fronte ad un governo taleban che si insedia in pochi giorni sorprendendo il relax vacanziero di metà agosto di molti paesi occidentali, i sostenitori della guerra sono delusi e arrabbiati, i contrari sono delusi e ritrovano la legittimità delle loro ragioni. Ma le divisioni di allora contano poco rispetto al disastro di oggi.

Perché oggi la verità incontestabile è quella di un Occidente che batte in ritirata, incapace di difendere i suoi valori democratici, sempre più accerchiato da governi autocratici o regimi che non rispettano lo stato di diritto, dai taleban a Erdogan fino all’Egitto di al Sisi, per non parlare degli esempi europei, da Orban allo sloveno Jansa, il primo a dire di non volerne sapere di accogliere i profughi afgani, senza porsi il problema di usare la cautela che ci si aspetterebbe dal suo incarico attuale, presidente di turno dell’Ue. Oggi, alla riunione straordinaria del G7 durata il tempo necessario per prendere atto della volontà statunitense di confermare il ritiro delle truppe entro il 31 agosto in accordo con i talebani, lo ha ammesso anche il presidente Joe Biden: è difficile per l’Occidente imporre i propri valori in Afghanistan.

Se vent’anni fa, dopo l’attacco alle Torri Gemelle, intellettuali ed esperti si accapigliavano a discutere di esportazione della democrazia, seguendo le orme di una narrazione ufficiale indubbiamente di successo, la disfatta di oggi segna la fine delle teorie. Di più: è la fine delle ambizioni. Gli Stati Uniti, potenza egemone dell’Occidente, non evocano più valori democratici da ‘seminare’ nel mondo, ma si rassegnano a trattare con un governo fondato sulla Sharia. E dall’altro lato, chi ha contestato la guerra vent’anni fa, assiste impotente alla tragedia, fiondandosi in mare con le navi delle ong a salvare i profughi, il ‘prodotto’ più diffuso del mondo attuale.

Anche il G7 parla di profughi ed evacuazione dei cittadini occidentali e degli afghani che hanno collaborato con le forze alleate. Infatti, il pressing europeo a rimandare il ritiro delle truppe viene respinto in soli 7 minuti di discorso da parte di Biden: non se ne parla. Non resta che discutere di come organizzare l’evacuazione, assicurare la sicurezza dell’aeroporto di Kabul, assicurare che resti aperto per garantire altri voli verso l’Occidente. È solo una toppa alla falla e peraltro non è nemmeno risolutiva, alla luce delle divisioni europee sul tema dell’accoglienza, spina nel fianco dell’Unione, tanto che la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen rilancia sulla necessità di “trovare un accordo sul nuovo Patto sull’immigrazione”.

L’Occidente è in ritirata, ripiegato su se stesso, senza rilancio, bisognoso del soccorso di autocrati come Erdogan per gestire l’immigrazione. Non a caso, su spinta ancora una volta tedesca, il sultano si propone come mediatore con i talebani per gestire la crisi dei profughi afghani, sebbene non voglia accoglierli sul proprio territorio come fa con i siriani dal 2016, in virtù dell’accordo siglato con l’Ue carico di fondi europei. Ma c’è di più. Da questa storia l’Occidente viene fuori diviso: di nuovo.

La crisi afghana lascia una profonda cicatrice nei rapporti tra Ue e Usa, rinnovati da poco, da gennaio scorso, dall’insediamento di Biden dopo Trump alla Casa Bianca. Il G7 che solo nel giugno scorso in Cornovaglia celebrò la rinascita dell’alleanza transatlantica - con il tour del nuovo presidente Usa in Europa, il vertice Nato e il bilaterale con Putin a Ginevra, tutto in funzione anti-cinese - sembra un ricordo appassito col caldo dell’estate. Agli europei resta il rancore per non essere stati messi a parte dei piani di ritiro americani, concordati più con i talebani che in ambito Nato. A Biden resta il compito difficile di ricostruirsi l’immagine, danneggiata dalle polemiche in patria, di matrice sia democratica che repubblicana, per il ‘fiasco’ afghano.

L’Occidente è sotto assedio e non è nemmeno più bravo a parlare di democrazia: vera o finta che fosse la favola di vent’anni fa, almeno veniva evocata. Ora vince lo stato di necessità, l’etica dell’emergenza, il pragmatismo senza strategia di lungo periodo, senza l’orgoglio che ogni identità democratica dovrebbe avere per convivere con le altre. Forse è un’altra faccia della fine delle ideologie. Il punto è che sul campo resta in piedi la barbarie, prolifera, costringe l’Occidente a obbedire alle sue leggi. Proprio come i talebani che hanno minacciato attentati se il ritiro delle forze statunitensi fosse slittato a settembre. Accontentati.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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