La grottesca "ritrattazione" di Peng Shuai. E noi, al solito, silenti

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Hp (Photo: Hp)
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E ora dovremmo far finta di crederci, e mica possiamo metterci contro la Cina, offendere i dittatori di Pechino, per difendere la tennista Peng Shuai?

Dobbiamo credere alla scena della ritrattazione umiliante, con la povera tennista che dice, dopo giorni e giorni di sequestro nelle mani degli aguzzini no, mi sbagliavo quando ho denunciato un pezzo grosso del partito, Zhang Gaoli, di avermi aggredito sessualmente. È vero, ero sparita, ma poi, dopo un efficace trattamento, il Partito mi ha fatto riapparire docile e addomesticata e mi sono sinceramente convinta che il pezzo grosso del governo non mi ha mai molestato, non mi ha mai aggredito, non ha mai abusato di me, come mi è vento in mente, forse in un momento di vulnerabilità alla propaganda controrivoluzionaria?

E sì, dobbiamo crederci, dobbiamo far finta di niente, dobbiamo dar retta a chi considera una provocazione internazionale chiedere il rispetto dei diritti fondamentali. Dobbiamo girarci dall’altra parte, come facciamo di solito per non guardare i campi di concentramento per gli uiguri, per i dissidenti messi in galera. Dobbiamo considerare credibili le ritrattazioni estorte come si usava nell’Unione Sovietica dei processi staliniani, quando le vittime confessavano delitti inesistenti (consigliata lettura di “Buio a mezzogiorno” di Arthur Koestler). E poi, ovvio, declamare ad alta voce la superiorità dei nostri valori, dire senza vergogna che l’Europa sa difendere i diritti, e che volte che sia la sorte di una tennista che si era inventata una molestia politicamente inopportuna. E poi giocare a Pechino, lo sport (e l’economia) prima di tutto.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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