La guerra d’opinione della Cina si combatte sui giornali internazionali

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A pochi giorni dalla conclusione delle celebrazioni per il settantesimo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese del primo ottobre, si è verificato un evento, che ha riguardato sia la stampa italiana che estera: l’acquisto di una pagina dei principali quotidiani stranieri da parte del governo di Hong Kong, nella quale la leadership cinese rassicura che l’attuale protesta all’interno della regione speciale è sotto l’assoluto controllo governativo, che verrà risolta molto presto, e che quanto raccontato finora è solo il frutto di strumentalizzazioni da parte di altri Paesi. Questa azione di propaganda ha visto coinvolti giornali come il Sole 24 Ore e il Financial Times, giusto per citare due casi.

Cina: la grande campagna di propaganda estera

L’azione intrapresa da parte della leadership cinese si inserisce all’interno di un più vasto programma nazionale volto ad influenzare i media esteri, affinché non emerga un’immagine negativa della Cina. Le attuali proteste di Hong Kong, infatti, rischiano di mettere in evidenza l’inefficienza del modello politico-economico cinese sia in patria che all’estero. Un’inefficienza che il governo cinese ha provveduto a mascherare con la maestosità della parata militare del primo ottobre.

L’attuale strategia cinese di soft power – volta a modificare la percezione che i paesi stranieri hanno della Cina – si basa su due elementi principali: l’installazione di vari Istituti Confucio in giro per il mondo (attraverso i quali insegnare la lingua e la cultura cinese) e l’avvio di campagne di propaganda attraverso lo sfruttamento di mezzi di informazione esteri.

Per quanto riguarda il secondo punto, la Cina ha speso miliardi di dollari in vere e proprie campagne di propaganda volte ad influenzare le scelte elettorali, nonché la propria immagine, all’interno degli Stati. Dal 2009 in avanti, infatti, Pechino ha dato vita a quella che è stata definita come “La Grande Campagna di Propaganda Estera” (hongdade duiwai xuanchuande geju), ossia un programma governativo il cui scopo è quello di influenzare i media stranieri.

L’idea di fondo, oltre all’acquisto diretto di mezzi di informazione, è quello di “prendere in prestito” (jieyong haiwai baokan) giornali e media esteri per parlare al mondo. L’acquisto di una pagina del Sole 24 Ore o del Financial Times sono solo due casi di un fenomeno ormai consolidato, che va anche sotto il nome di “guerra di opinione” (yulun zhan), ossia una delle principali campagne di disinformazione e di propaganda di Pechino.

Con l’avvento al potere di Xi Jinping, infine, la Cina ha adottato una politica estera ancora più assertiva. L’inaugurazione nel 2013 della Nuova Via della Seta, oltre ad espandere gli interessi commerciali di Pechino in giro per il mondo, cerca di promuovere il soft power cinese. L’Italia ne è un chiaro esempio: con la firma dello storico Memorandum of Understanding del marzo di quest’anno, oltre ad assicurarsi l’adesione al gruppo della Via della Seta, Roma ha anche aperto le porte ad una maggiore influenza – quasi ingerenza – diretta della Cina, come attestato dalle minacce rivolte alla giornalista Giulia Pompili, intimata di smettere di scrivere articoli critici nei confronti della Cina; chiaro segnale dei tempi che stanno cambiando, sia dentro che fuori i nostri confini nazionali.