La guerra dei dati e l’illusione del controllo

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(Photo: Alessandra Benedetti - Corbis via Corbis via Getty Images)
(Photo: Alessandra Benedetti - Corbis via Corbis via Getty Images)

“Le decisioni del Governo si basano solo sui dati”. Mario Draghi ha ripetuto più volte, nelle sue conferenze stampa, questa affermazione. In questi giorni ha preso vita un vivace dibattito su quali e quanti dati sulla pandemia pubblicare, e con che cadenza. Nel mentre, le Regioni e il Governo discutono su come conteggiare i casi Covid, per esempio includendo o no i ricoverati asintomatici, alterando così nei fatti le soglie con cui scattano le restrizioni. È in corso, insomma, un ampio dibattito sui dati: sul loro utilizzo e talora anche sulla loro natura. Perché?

I dati, i numeri, sono generalmente considerati come elementi asettici, neutrali, e come conseguenza è diffusa la convinzione che più siano meglio è. Per questo, per esempio, Draghi ci tiene a sottolineare di basare su di essi le scelte del suo Governo: perché si pensa che i dati non siano politici, che dicano sempre la verità, non facciano favoritismi, e che quindi siano in definitiva il modo migliore di prendere decisioni. Eppure, la pandemia sta mettendo in dubbio anche questa nostra solitamente granitica certezza.

I dati, infatti, a differenza di quello che ci piace di solito pensare, non sono la realtà, né la sua asettica “fotografia”. Non sono mai né completi né neutri: sono sempre frutto di una selezione, e in un certo senso anche per questo raccontano sempre una storia. Sono, dopotutto, un linguaggio con cui l’essere umano cerca di cooperare per portare ordine; di organizzare la natura, l’ambiente, che invece è intrinsecamente caotico. Un linguaggio certo potentissimo, ma non “universale” – tanto è vero, per esempio, che certe lingue tribali non hanno i numeri.

Nel linguaggio matematico le “parole” sono i numeri, i quali – come le parole – per essere efficaci devono sempre basarsi su convenzioni. Per esempio, immaginiamo due persone che bevono una birra in un bar. Uno dei due chiede all’altro “Quante birre ci sono?”, e l’altro risponde con convinzione “Due”, contando quelle presenti sul tavolino: la sua e quella dell’amico. Sembra una realtà inconfutabile, ma chi ha posto la domanda forse intendeva quanti tipi di birra vengono servite alla spina in quel bar; oppure quante birra alla spina e in bottiglia; oppure quanti bicchieri di birra c’erano in tutto il bar in quel momento – ma poi, solo quelli pieni? E i semi-pieni o vuoti?

Asserzioni come “1+1=2”, perciò, sono verità assolute nell’astrazione matematica, ma per essere calate efficacemente nella realtà hanno bisogno di un’intesa. Ma c’è di più: se alla base di un numero c’è sempre una convenzione, alla base di un dato c’è sempre una relazione. Ciò significa che i dati hanno sempre anche una dimensione qualitativa, politica, e quindi sociale. Non solo perché possono essere interpretati con occhio più o meno esperto o interessato (12,4% è tanto o poco? Chi lo decide?) ma perché producono decisioni, effetti sulle persone, e a questo scopo possono essere manipolati (dire “In Italia c’è un omicidio al giorno” è diverso da dire “Negli ultimi 30 anni gli omicidi sono diminuiti di 6 volte”: entrambi possono essere veri, ma raccontano storie differenti).

Insomma, i numeri non sono la realtà, l’universo che si disvela ai nostri occhi, ma un modo con cui gli esseri umani condividono un’illusione di controllo sulla realtà. Per molti versi, i numeri sono investiti dello stesso “pensiero magico” di cui sono circondate le norme: hanno dei poteri enormi che però perlopiù derivano dal fatto che le persone siano fermamente convinte che li abbiano, potendo quindi cooperare più efficacemente nell’alterare l’ambiente portando ordine, tracciando confini. Ma ogni tanto questa illusione viene danneggiata; il velo di Maya si squarcia, e deve essere rammendato.

Chi si ricorda, per esempio, i famosi indici “R con T” e “R con 0”, che hanno dominato la prima parte della pandemia? A un certo punto si sono rivelati del tutto inattendibili e non significativi, perché alterabili da chi ne raccoglieva gli elementi, ma anche perché inevitabilmente in ritardo sulla realtà – un problema, questo, peraltro intrinseco in ogni dato: non a caso “datato” vuol dire anche “superato”, “inservibile”. Da allora quegli indici sono stati abbandonati in favore di altri, così come ora probabilmente abbandoneremo il dato dei contagi perché lo scenario è cambiato. Ma cambiare i termini del discorso per rimettersi al passo con la realtà vuol dire anche alterare il linguaggio, generando incomprensioni e conflitti.

Quando c’è questo pericolo, c’è chi chiede di “avere tutti i dati”, proprio per cercare di ricalibrarne le convenzioni alla base – e magari far prevalere la propria interpretazione. Ma essendo la matematica un linguaggio, i dati sono potenzialmente infiniti, quindi non si possono mai “dare tutti”. C’è sempre una scelta dietro la loro raccolta (o sarebbe meglio dire “produzione”) e soprattutto nella loro combinazione e selezione per imporre certe scelte in favore di certe tesi. Chi prende decisioni ha sempre più dati di chi le esegue, e proprio su questo si basa l’autorità. “Dare tutti i dati”, quindi, anche se fosse possibile, vorrebbe dire minare alla base la cooperazione di una comunità; il suo patto sociale.

Qualche giorno fa mio padre mi ha raccontato, piuttosto divertito, della sua vaccinazione fatta, oramai cinquant’anni fa, nell’esercito: un siringone piantato nel petto del cui contenuto né lui né i suoi commilitoni sapevano nulla. Nell’assenza di informazioni ci si fidava dell’autorità– e anzi, essa non aveva nemmeno bisogno di giustificarsi usando i numeri, come per esempio deve fare Draghi oggi. Nel mondo della “infodemia”, del diluvio di dati, di studi, di esperti, di interpretazioni, è invece sempre più semplice costruire “narrazioni alternative”, e quindi minare alla base il potere e l’autorità costituita.

La trasparenza, quindi, sebbene utile a tenere sotto controllo il potere, nell’eccesso può anche trasformarsi in evanescenza. Per evitare la tirannia rischiamo la “guerra civile” tra “tribù” che, selezionando le informazioni e i dati, costruiscono i propri linguaggi e quindi diverse percezioni della realtà. E sono linguaggi sempre più severi e indignati, che producono norme d’appartenenza sempre più esclusive e settarie: questo sia per alimentare la propria illusione di controllo, sia perché si riesce sempre meno a comprendere come gli altri possano rigettare una realtà così palese; una verità così evidente.

Un esempio chiaro è proprio il dibattito corrente sulla quantità di dati relativi alla pandemia rendere pubblici. Chi è a favore sostiene che troppi dati portino confusione e ansia, e chi si oppone sostiene esattamente il contrario: che proprio saperne di più permette di affrontare i problemi con più metodo e razionalità. Il fatto è che hanno ragione entrambi, ma per popolazioni diverse. Per chi vuole prendere il controllo, far parte o influenzare il meccanismo decisionale, avere più dati è importante; ma per chi invece legittimamente non vuole farlo, può essere esiziale.

Un ansioso spesso sa che la sua ansia non è razionale: è inutile e anzi dannoso andare a dirgli «Ti stai preoccupando per nulla: ecco i dati di fatto che lo dimostrano». Magari lo sa già, ma questo non lo aiuterà: anzi, probabilmente lo spingerà ancora di più a chiudersi a riccio e, eventualmente, a difendersi adottando altri dati “inconfutabili” («Ma io sento dolore! Che ne sai tu di come mi sento?») – sono queste, le si saranno riconosciute, le stesse dinamiche che alimentano lo scontro tra no-vax e sì-vax.

È forse proprio questa la più dura e profonda lezione che ci sta impartendo la pandemia: che nell’era della complessità i nostri strumenti, per quanto potenti, possono rivelarsi controproducenti; che nel nostro tentativo di sapere tutto, rischiamo di comprendere sempre meno; che cercare di tenere tutto o quasi sotto controllo soffoca la fiducia e alimenta il caos. Ma è un cambio di paradigma troppo profondo da digerire, così sentiamo sempre più il bisogno di negare ogni tipo di dubbio, rifiutare ogni tipo di ascolto, rigettare ogni tipo di mistero: affermare che la nostra “lingua”, i nostri dati, le nostre norme sono la realtà, la verità. Ma così l’incomunicabilità tra le “tribù” aumenta, e con essa il rischio di conflitto. E quando questo deflagra, scende nelle piazze, non c’è evidenza numerica che possa contenerlo.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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