La guerra a JK Rowling: da scrittrice culto a bersaglio nel dibattito su genere e sesso

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- (Photo: TOLGA AKMEN via AFP via Getty Images)
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Una carriera trascorsa senza paura di prendere posizione, quella di J.K Rowling. Eppure a un certo punto le sue idee hanno fatto rumore, e a più di qualcuno non sono andate bene. Cos’è successo? Era più o meno il 2018, la mamma di Harry Potter ha cominciato a toccare i tasti del sesso, della questione di genere, dei diritti trans. La levata di scudi: inevitabile.

Ma il profilo di JKR è sempre stato politico, ben prima del 2018. Otto anni fa, per esempio, aveva sostenuto la campagna unionistaBetter Together nel referendum sull’indipendenza scozzese. Spaccare il Regno Unito, aveva detto, sarebbe stato “un grave errore” dando conferma materiale alle sue parole con un’ingente donazione. Una presa di posizione che non aveva lasciato indifferenti i nazionalisti scozzesi, che su Twitter le avevano riservato i peggiori insulti. La scrittrice si era esposta anche sulla Brexit, criticando la mancanza di leadership del laburista Jeremy Corbyn nella campagna del “Remain”. Anche in quel caso, i social si erano scatenati contro la romanziera.

Ma quelle polemiche non sono riuscite ad intaccare la figura pubblica di J.K Rowling: sarebbe stato ridicolo se qualcuno, fino a tre o quattro anni fa, fosse venuto a raccontarci che la creatrice del maghetto più famoso del mondo sarebbe stata rinnegata finanche dai fan e dagli attori diventati famosi prestando il volto ai personaggi nati dalla sua penna. Eppure è accaduto quando, d’un tratto, sulla scrittrice è calata l’ombra del sospetto di transfobia.

La posizione della Rowling sulle questioni di genere, come dicevamo, è iniziata a emergere pubblicamente nel 2018, relativamente tardi rispetto ad altri colleghi scrittori e intellettuali britannici, impegnati sul fronte già dai primi anni Duemila. La prima bufera risale al 2019, quando la scrittrice aveva manifestato sostegno a Maya Forstater, una ricercatrice britannica a cui non era stato rinnovato un contratto lavorativo dopo aver assunto posizioni ritenute discriminatorie nei confronti delle persone trans. Il secondo capitolo della storia è datato giugno 2020, quando JKR aveva twittato commentando il titolo di un articolo che recitava Creare un mondo post-Covid-19 più equo per le persone che hanno le mestruazioni. “Sono sicura che ci fosse una parola per definire quelle persone. Qualcuno mi aiuti. Wumben? Wimpund? Woomud?”, aveva scritto l’autrice facendo riferimento al termine “women” (“donne”).

Pioggia di critiche da parte degli utenti, che avevano sottolineato come molta gente che si identifica come donna (per esempio, le persone transgender e chi è in menopausa) non abbia le mestruazioni e che, al contrario, alcune persone che non si identificano come donne, potrebbero avere le mestruazioni (chi passa da un’identità anagrafica femminile a quella maschile). Il giorno dopo, JKR aveva provato a fare chiarezza twittando: “Conosco e amo le persone trans, ma cancellare il concetto di sesso significa rimuovere la capacità di molti di discutere in modo significativo delle loro vite. Dire la verità non vuol dire odiare”.

Le idee della Rowling erano state immediatamente affiancate a quelle del movimento delle femministe critiche del genere, meglio conosciute come Terf (“Trans Exclusionary Radical Feminists”, “femministe radicali trans escludenti”). In un’inchiesta sul magazine Lux, la giornalista Katie J.M. Baker spiega che la fazione femminista “critica del genere” si è sviluppata quando in Gran Bretagna veniva discusso il Gender Recognition Act (“Legge per il riconoscimento di genere”) del 2004, una legge che avrebbe permesso alle persone trans di cambiare il loro genere legale sui documenti senza obbligo di diagnosi e procedure mediche.

A nulla è valso il tentativo della scrittrice di ribadire “il diritto di ogni persona transgender di vivere nel modo che ritenga più autentico e adeguato. Marcerei con voi se foste discriminati per il fatto di essere trans. Allo stesso tempo, la mia vita è stata modellata sull’essere donna. Non credo che questo sia deprecabile dirlo”. A nulla è valso neanche l’articolo pubblicato da JKR sul suo sito, in cui spiegava che alcune traumatiche esperienze vissute in gioventù l’avevano convinta del bisogno di mantenere spazi dedicati alle donne. “Quando apri le porte di bagni e spogliatoi a ogni uomo che si crede donna, allora apri la porta a tutti gli uomini che vogliono entrare. Questa è la semplice verità”, era stata la rivelazione della scrittrice, vittima di violenza sessuale in giovane età.

Potenziata dai social, la polemica non accennava a placarsi. Le critiche non arrivavano soltanto dagli intellettuali e dagli attivisti transgender e lgbt+, ma anche dai rappresentanti dal mondo spettacolo. Compresi gli attori che avevano recitato proprio nei film tratti dai romanzi di J.K. Rowling. “Le donne transgender sono donne”, aveva detto Daniel Radcliffe, alias Harry Potter. L’attrice Emma Watson, Hermione nelle pellicole sul maghetto: “I trans meritano di vivere la loro vita senza che siano altri a definirli”. Controcorrente Ralph Fiennes, che nella saga ‘potteriana’ ha prestato il volto a Lord Voldemort: “Trovo questa epoca di accuse e il continuo bisogno di condannare semplicemente irrazionali. Trovo inquietante il livello di odio che le persone esprimono nei confronti di chi ha opinioni diverse dalle loro, e la violenza del linguaggio verso gli altri”.

Alla fine del 2020, le principali star di Harry Potter e molti fan della saga avevano condannato o preso le distanze dalla Rowling. E quando la scrittrice non veniva apertamente criticata, riporta The New European, c’era chi si occupava di “patologizzarla”: un articolo apparso su una rivista newyorkese in quei mesi aveva titolato domandandosi Chi è diventata JK Rowling? e concludendo che ormai di trattava di una donna così accecata dalla fama da aver perso la capacità di provare empatia per il prossimo.

In un clima di critiche, l’autrice era però stata supportata nell’opposizione a politically correct e cancel culture da parte del mondo intellettuale. J.K. Rowling è stata infatti una dei 150 firmatari di una lettera aperta pubblicata su Harper’s Magazine nel luglio 2020: tra i promotori, prestigiosi personalità e intellettuali, nomi del calibro di Margaret Atwood, Ian Baruma, Noam Chomsky, Salman Rushdie e la stessa J.K. Rowling: compatti nel denunciare l’intolleranza culturale e nel difendere la libertà di pensiero e parola.

Le richieste di boicottaggio a J.K. Rowling tornano di attualità in questi giorni, in occasione dei 20 anni dal debutto in sala di Harry Potter e la pietra filosofale, primo film tratto dalla saga. Per festeggiare l’anniversario nei cinema italiani sono previste proiezioni-evento, dal 9 al 12 dicembre. E la polemica monta, ancora una volta online.

Tra gli utenti italiani c’è chi scrive di non voler “più supportare in alcun modo un’autrice che utilizza i suoi guadagni e il suo potere mediatico per sostenere cause transfobiche”. Tuttavia si segnalano anche tweet di chi non intende farsi influenzare dalle controversie sull’autrice e c’è chi ricorda che JKR ha ceduto i diritti dei film alla Warner Bros, quindi non guadagnerebbe nulla da iniziative come questa nuova uscita (in realtà non si sa se riceva ancora delle royalties dalla prima saga, ndr). Altri, pur criticando la scrittrice per le sue dichiarazioni, non ci stanno a rinunciare a una saga che hanno amato nel proprio percorso di crescita o sottolineano che “Harry Potter non è J.K Rowling”.

E questa frase riassume e dimostra che oggi J.K Rowling non è più ciò che fu. Da scrittrice idealizzata di un mondo magico a donna reale che prende posizioni, anche scomode, su argomenti reali: no, non può essere. Meglio non crederci, meglio rimuovere. “Harry Potter non è J.K Rowling”, allora prendi Potter e cancella la Rowling.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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