La guerra mondiale in una fiala

Alessandro Barbano
·Giornalista
·2 minuto per la lettura
Getty images (Photo: Getty images)
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Alle volte le parole dicono ma non spiegano. È da un anno che raccontiamo la pandemia come una guerra, ma c’è voluto Mario Draghi per capire che le guerre si combattono con gli eserciti, con le alleanze solide e con le mosse tattiche migliori. Improvvisamente tutto si interpreta con il paradigma della guerra. Primo: il vaccino è l’arma nucleare e vincerà chi ne avrà di più nel tempo. Secondo: la sanità è una costola della sicurezza nazionale. Terzo: la dimensione globale del conflitto mette in fuori gioco gli attori minori. Per combattere servono masse critiche di poteri continentali. Tanto robuste, quanto coese. Perché siamo solo all’inizio, le egemonie sono ancora tutte da costruire. La forma del conflitto è quella di una guerra di movimento. Chi è più rapido prevale, almeno sul breve.

Se stanno così le cose, il fronte in cui noi combattiamo, quello europeo, non solo non è in grado di sferrare nessun attacco, ma non è neanche ben difeso. La sua forza militare è fragile, perché ha un esercito di mercenari che giocano sul prezzo. Ha rinunciato a farsene uno proprio, e adesso si accorge delle conseguenze. Che vuol dire? Vuol dire non avere investito in imprese di scala globale. Le multinazionali europee sono ex nazionali cresciute oltre i confini di Westaflia. Non ce n’è una sola che sia il frutto di una politica industriale continentale. Perché una politica industriale continentale non c’è. Nella Rete come nella sanità. Il nostro straordinario know how è ingabbiato in confini che sembrano camicie di forza.

La corsa all’immunità di gregge dimostra quanto angusto sia lo schema della cooperazione rafforzata. Non solo tra i governi, ma tra le economie e le società. Non siamo stati in grado di farcelo da soli, il vaccino. E sul mercato selvaggio che si è aperto l&...

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.