La Leopolda del populismo

Alessandro De Angelis

Ci mancava solo un bel "vaffa" in nome del "popolo" della Leopolda, contro i "cialtroni" e "gli incompetenti" che stanno sfasciando il paese. Nessuno si sarebbe stupito, anzi sarebbe stata l'apoteosi della Leopolda populista, dove la sconfitta epocale della sinistra è affogata nella rimozione e nella celebrazione dell'ortodossia renziana. "Quelli che restano", colonna sonora dell'evento, sono quelli che "non rinnegano", che "non si scusano", che mitizzano gli anni del governo, senza mai analizzare perché "cialtroni" e "incompetenti" li abbiano travolti. E sono quelli che non tradiscono, diversamente dai "compagni di squadra che stavano a fare i ministri, e ora...".

Leopolda populista: il Capo, il popolo fedele, nulla in mezzo, con l'opposizione che diventa urlo più che alternativa, la cui forza è affidata ai decibel più che a un progetto politico. Matteo Renzi, di fatto, ripropone se stesso come progetto politico, prendendo a prestito il meglio del populismo italico degli ultimi anni. Bonolis, intervistato come avrebbe fatto Fazio, e il lancio dei "comitati civici". Ovvero la politica che diventa format incentrata su uno show man, sublimazione del berlusconismo, e la versione renziana dei "meet up", modello che i comitati civici ripropongono.

È la disintermediazione totale tra il leader e il suo popolo e, al tempo stesso, la prova generale di un partito personale, se le condizioni lo consentono. Non è un caso che, nel discorso di Renzi, il Pd resta innominato, politicamente ed emotivamente, quasi ad indicare una separazione tra il destino del leader e quello del partito che, negli anni della sua guida, ha contribuito a rinsecchire. La sostanza politica di questa Leopolda è il ritorno di Renzi che si pone ancora una volta, in nome del suo popolo, al centro del gioco politico nel suo campo. È evidente il tentativo di non fare il congresso del Pd, tenendolo appeso alle turbolenze dello spread e della crisi italiana. Se però si farà, perché proprio è...

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