La Leopolda del rancore e della fuoriuscita dal centrosinistra

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21/11/2021 Firenze, Leopolda 11. Nella foto l’intervento di Matteo Renzi (Photo: Alessandro Serrano'Alessandro Serrano' / AGF)
21/11/2021 Firenze, Leopolda 11. Nella foto l’intervento di Matteo Renzi (Photo: Alessandro Serrano'Alessandro Serrano' / AGF)

Ci sono due parole che spiegano questo discorso di Renzi alle Leopolda, piuttosto fragile e non all’altezza delle aspettative che, forse per accendere i riflettori sull’evento, i suoi hanno suscitato. La prima parola è “Italia”. Ed è quello che manca: il paese reale e il Covid, ovvero il segno di un’epoca. Le sue ansie, paure, aspettative, la sua struttura materiale che sta cambiando, il Pil e i sentimenti collettivi, i nuovi conflitti. E dunque un’idea del suo “futuro”, realistica, utopica, sia come sia, ma uno straccio di idea, un pensiero attorno al quale definire i compiti del governo, a partire dalle scelte che, a breve, si impongono sui vaccini e sulla stretta ai no vax. Zero di tutto ciò.

La seconda parola è “rancore”, sentimento che, anch’esso, definisce il primato del passato, come una prigione solitaria, tu con pochi intimi lì dentro e tutto il mondo fuori. È come se l’orologio politico e biologico del renzismo fosse sempre fermo a una stagione precedente in cui i “prodigi” di Renzi sono stati incompresi e avversati e all’irrisolto di una sconfitta non elaborata, rimossa nel più classico “colpa degli altri”, per evitare ferite narcisistiche a un’indole di chi si deve sentire capo, a prescindere, e preferisce perdere comandando che vincere in una squadra. Il paese, e pure la politica, nel frattempo ha voltato pagina, rispetto alla rappresentazione, tanto caricaturale quanto di comodo, dei grillini che sono quelli dei “no vax” e dei gilet gialli, di un Pd subalterno come ai tempi del governo Conte, e dell’avvocato del popolo a cui vengono riservati una quantità di strali sproporzionata rispetto al suo peso reale. Se un marziano scendesse da Marte alla Leopolda penserebbe che Conte, nominato più di Draghi, è un leader con cui l’intera politica deve fare i conti, mica uno che non riesce e mettere il capogruppo al Senato.

Insomma, per Renzi, c’è una destra a trazione sovranista, e questo è vero, e un centrosinistra, cui dedica tutto il discorso, a trazione grillina, col Pd che ha “tradito” il riformismo, distruggendo la “casa” da cui si era partiti e pure il governo più bello del mondo, quella della buona scuola e del Jobs act, di industria 4.0 e le unioni civili che, nell’anno del signore 2021, con l’Italia messa come è messa, sembra proprio un salmo che hai l’obbligo di recitare se fai parte della setta. Ci risiamo con l’ossessione: colpa di D’Alema, di Bersani, della Ditta e colpa pure di quegli ingrati che facevano il servo encomio e ora il codardo oltraggio, colpa di tutti tranne che di un capo che continua a compiacersi del culto della personalità di chi è rimasto, per cui ogni intervento dal palco è un Meno male che Matteo c’è.

Vabbè, ci siamo capiti, si chiama rimozione, forse anche propaganda spiccia: se la prende col reddito di cittadinanza, come se fosse stato appena approvato, e invece è appena cambiato, al punto che c’erano i navigator sotto il ministero dello Sviluppo, simbolo di un fallimento totale di quel provvedimento; se la prende coi Cinque stelle che avrebbero assorbito la sinistra e invece bussano col cappello in mano al Pse; e neanche nomina Letta, perché – zitto zitto, piano piano – qualche aggiustamento di linea l’ha prodotto rispetto ai tempi del bettinismo e dell’innamoramento per Conte, quantomeno pensa che palazzo Chigi può andarci lui al posto dell’avvocato del popolo, che chissà che fine farà di qui al 2023, mica poco.

C’è qualcosa davvero che attiene più a Freud che alla politica, in questa ossessiva ricerca dei nemici, proprio ora che Renzi si sarebbe potuto presentare come un vincitore e anche un tessitore di una nuova trama: ha portato Draghi a palazzo Chigi, adesso attorno al governo Draghi si sono aperte le contraddizioni nei partiti proprio in virtù di questa operazione, lo schema giallorosso di questi due anni è saltato. E che fa? Dice: tutti al diavolo, pescando qua e là polemiche di questi dieci anni. Tutto questo battutismo comiziante serve a sancire l’addio al Pd, che in fondo era nelle cose e non provoca da quelle parti grandi pianti o tormenti esistenziali. E una fuoriuscita dal campo del centrosinistra. Parliamoci chiaro: se ritieni che il pericolo per il paese sia una destra che prefigura Orban in Italia, stai dall’altra parte (non fece nascere proprio Renzi il Conte 2 in nome di questo pericolo?) e ti batti perché la coalizione abbia un tasso di riformismo. Se dici che da un lato ci sono i pericolosi sovranisti, dall’altro i pericolosi grillini, stai cercando uno spazio per te, e per il tuo futuro, sognando di fare, a partire dal Quirinale, il Novello Ghino di tacco, ruolo nel quale si rischia sempre di trovare qualcuno che, a brigante, sappia fare meglio “brigante e mezzo”.

Sia come sia, è sgamato il gioco, di cui fa parte l’evocazione delle urne nel 2022 (il “vogliono andare a votare”): utile a terrorizzare i tacchini parlamentari di fronte al Natale. Ma è un gioco che ha ancora molta ambiguità su profilo di questa forza: compagni di viaggio, leader, magari anche un po’ di politica. La verità è che il macronismo in salsa renziana è già fallito: il presupposto della scissione era ridurre il Pd come Macron ha ridotto il Ps francese. Due anni dopo Renzi sta peggio del Ps francese, il Pd, come numeri, è più vicino a Macron dieci volte in più di quanto lo sia Renzi. Insomma, il progetto non c’è. C’è un leader che si tiene le mani libere. In fondo è quel che ha sempre fatto, poi ci ha costruito una teoria sopra.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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