La lezione di Harold Bloom, il critico della natura umana

Lme

Milano, 17 ott. (askanews) - La letteratura, per Harold Bloom, era semplicemente la sua vita. E, quando il 14 ottobre il grande e probabilmente anche ingombrante critico letterario americano è morto in un ospedale di New Haven, qualcosa è finito per sempre. O forse no, perché in fondo i suoi studi sul tema cruciale dell'influenza ci insegnano che le opere non muoiono mai, e che le lezioni, comprese quelle critiche, passano di mano in mano, di libro in libro, con una determinazione che va al di là delle misure di riferimento umane, persino in barba alla "freccia del tempo". Lui, umanissimo umanista, prominente polemista, talvolta fragoroso come un personaggio del suo Shakespeare, se ne è andato, lasciando però un'eredità che è una lunga, imprescindibile lezione sull'amore per i libri. E, se vi sembrasse poco, ripensateci al più presto.

Classe 1930, ebreo in una famiglia ortodossa, docente a Yale e alla New York University, studioso di angeli e tradizioni religiose, lettore mastodontico, avversario delle teorie femministe e degli studi di genere, ma sostenitore dell'idea che i primi libri della Bibbia siano stati scritti da una donna, Harold Bloom è ovviamente ricordato come il teorico del Canone occidentale, opera monumentale, visionaria e per certi versi folle. Il Bardo di Stratford-upon-Avon è posto al centro e al suo fianco c'è Dante Alighieri, simbolo di quella poesia che per Bloom è stata, anch'essa un amore infinito. Pubblicato nel 1994, il Canone bloomiano, che contempla anche Chaucher e Freud, Emerson e Samuel Beckett, Kafka e Borges, Walt Whitman e Miguel de Cervantes, ha da subito catturato sia l'attenzione del pubblico sia le polemiche che, inevitabilmente, accompagnano ogni cosiddetta classifica. La predominanza bianca e maschile è evidente, così come è evidente il suo guardare pressoché esclusivamente ad autori del passato, aspetti che gli sono stati rinfacciati anche nei necrologi dei giorni scorsi. Ma forse, per quanto riguarda gli aspetti squisitamente letterari, è più importante sottolineare oggi l'idea della costruzione di un canone; la portata della sfida intellettuale; la bellezza del meccanismo creato: una sorta di Paradiso dantesco che ruota intorno al Primo Mobile rappresentato da Shakespeare, per Bloom l'inventore dell'umano.

Il carattere dell'uomo Harold Bloom si capisce anche dalla scelta dei propri modelli: definire il proprio "eroe e mentore" il dottor Samuel Johnson, letterato e critico britannico del Settecento, modello di una cultura multiforme e inafferrabile, è già una dichiarazione di intenti in sé, un specie di manifesto programmatico. Nello stesso modo lo sono anche affermazioni come questa: "La letteratura, per me, non è solo la parte migliore della vita, ma anche la forma stessa della vita, che non ha altra forma". O ancora quella per cui "la presenza travolgente dell'amore è indispensabile per comprendere come funzioni la grande letteratura". Fino ad arrivare alla grandiosa, falstaffiana concessione che "confondere Shakespeare con Dio è fondamentalmente legittimo". Qui, capite, non ci sono termini di confronto, non c'è politically correct che tenga, qui c'è solo il sogno gigantesco di un critico assoluto, a prescindere dai contenuti con cui tale vocazione si è poi manifestata. Harold Bloom è stato, in un certo senso, l'idea platonica di se stesso, e di fronte alle Idee si può dissentire, ovviamente, ma non è possibile negarne la portata.

Anche perché poi, nei fatti, la componente visionaria prevaleva su tutti gli accidenti, l'atto filosofico diventava potenza del ragionamento, in un ribaltamento di prospettive che si può ascrivere all'attrazione per il Sublime, quel Polo Magnetico capace di invertire la polarità delle relazioni creative. E, in questo senso, prende ulteriore significato la celebre definizione di Bloom che la grande letteratura e la grande poesia sono "strane", un concetto che molti di noi hanno certamente provato a livello intimo, ma confuso, quasi con un accento di vergogna per averlo pensato. Invece per il critico "la stranezza è la qualità canonica, il marchio della letteratura sublime. Il dizionario vi confermerà che la parola 'strano' deriva dal latino 'extraneum', ossia di fuori". In un altrove che è il luogo della possibilità artistica, il centro di una città esplosa in mille luoghi e mille stati d'animo diversi, nei quali lo stesso Harold Bloom ci confessava che la sua "funzione" era "aiutarci a smarrirci".

Persi per persi, nel momento del congedo dall'inarrestabile critico, possiamo solo decidere di ritornare nel luogo originario, potremmo immaginare il Globe nella Londra di inizio XVII secolo, oppure anche la copia contemporanea ricostruita a due passi dalla Tate Modern. Sul palco potremmo vedere il capocomico William che impersona direttamente Amleto mentre "organizza la propria ribellione contro il dramma con una determinazione estrema, che non ha rivali nella storia del teatro". In sala un uomo corpulento guarderebbe con straordinaria intensità la scena, lanciando solo di tanto in tanto degli sguardi alla folla seduta accanto a lui, assiepata intorno al corpo del futuro Bardo, mentre il principe di Danimarca, lassù, "pensa sin troppo bene e dunque pensa fino ad arrivare a una verità fatale". L'inevitabile ultima, verità fatale, anche per Harold Bloom.

(foto Yale University)