La lotta a Hiv, Malaria e Tbc langue: colpa del Covid. Crisanti: "Anche noi paesi ricchi non siamo immuni"

·5 minuto per la lettura
- (Photo: getty)
- (Photo: getty)

Il Covid-19 ha avuto “un impatto devastante nella lotta contro l’Aids, la tubercolosi e la malaria”, tanto che “nel 2020, il numero di persone trattate per la Tbc è diminuito di un incredibile 19% e il numero di pazienti Hiv in trattamento antiretrovirale è calato del 16%”. A denunciarlo è il rapporto annuale del Global Fund, organizzazione che raccoglie e investe 4 miliardi di dollari all’anno per combattere le malattie infettive più mortali, contrastare le ingiustizie che le alimentano e rafforzare i sistemi sanitari in più di 100 dei Paesi.

Il rapporto evidenzia anche un calo significativo nei test dell’Hiv e nei servizi di prevenzione. Rispetto al 2019, le persone raggiunte con programmi e servizi di prevenzione dell’Hiv sono diminuite dell′11%. Le madri che ricevono terapie per prevenire la trasmissione dell’infezione ai loro bambini sono diminuite del 4,5%. Il test dell’Hiv è diminuito del 22%, frenando l’inizio del trattamento. Nel 2020 i trattamenti antitubercolotici sono stati somministrati a un milione di persone in meno rispetto al 2019 il che “potrebbe tradursi in decine di migliaia di decessi”. Gli interventi contro la malaria sembrano essere stati, invece, meno colpiti.

Per commentare i risultati del rapporto, HuffPost ha dialogato con Andrea Crisanti, professore ordinario di Microbiologia a Padova. “Vediamo gli ulteriori risvolti di una tendenza in atto già da qualche anno. L’incidenza della malaria, per esempio, non è più in calo già da tre-quattro anni. A questo concorrono diversi fattori: da un lato abbiamo misure che hanno raggiunto la massima scalabilità, dall’altro abbiamo fondi che invece di aumentare sono diminuiti. L’arrivo del Covid-19, come segnala il rapporto del Global Fund, ha aggravato la situazione: la pandemia ha fatto in modo che le risorse provenienti dai Paesi donatori venissero dirottati sulla ricerca per combattere il coronavirus stesso. Allo stesso modo, la comunità scientifica internazionale si è concentrata maggiormente su questo fronte”, dice lo scienziato.

Professore, questo significa che finché la pandemia non sarà finita la battaglia contro le altre malattie soffrirà?

“Soffrirà certamente. I Paesi più poveri - in cui queste malattie infettive sono ancora molto diffuse e che hanno bisogno di costanti aiuti - saranno chiamati a combattere su più fronti, Covid compreso. Questa pandemia ci ha però anche insegnato che noi, parte ricca del mondo, non siamo affatto immuni. Per molto tempo abbiamo pensato che le malattie trasmissibili fossero problemi che riguardavano esclusivamente aree remote del mondo. La realtà ci ha dimostrato che non è così e che anche noi siamo vulnerabili”.

Ma Hiv, malaria e tubercolosi potrebbero tornare a preoccupare anche i Paesi ricchi?

“Nei Paesi occidentali, la malaria non esiste quasi più. Per l’Hiv abbiamo ormai farmaci estremamente potenti e sistemi di controllo efficaci. Diverso è il discorso per la tubercolosi, che è un problema che riguarda i Paesi poveri e le persone povere nei Paesi ricchi. Per la Tbc non abbiamo vaccini abbastanza efficaci, a questo si aggiunge il fatto che per il 90-95% dei casi si diffonde a causa di portatori asintomatici. Non solo: se la terapia non è corretta e sorvegliata si possono sviluppare batteri resistenti ai farmaci. In Italia esiste la sorveglianza obbligatoria del trattamento, ma anche questo tipo di misure purtroppo ricevono un contraccolpo quando, come sta accadendo a causa del Covid, le risorse devono essere spostate altrove. Quando gli ambulatori sono stati chiusi, molte persone hanno faticato ad effettuare controlli e le liste si sono allungate”.

Molti prefigurano “un’era di pandemie”. Come deve prepararsi il mondo?

“Ritengo che la ricerca si concentrerà principalmente sull’aumento della capacità di risposta e sul potenziamento dei sistemi di monitoraggio e di allerta. Sarà un modo per riguadagnare il tempo perduto: purtroppo in questi anni la maggior parte dei tagli fatti alla sanità nei Paesi sviluppati hanno interessato la prevenzione. In Italia, in questo momento, lo dimostra la questione dei test salivari sugli studenti che dovrebbero essere fatti dai genitori a casa”.

Ci spieghi.

″È una delle decisioni derivanti dal fatto che negli anni la prevenzione scolastica è stata demolita. Lei è molto giovane, non potrà ricordarlo, ma ai miei tempi in ogni scuola era presente un presidio sanitario gestito con attenzione e severità. Se ancora oggi fossero presenti strutture simili non ci sarebbe bisogno di implementare misure creative, come i test salivari fatti dai genitori, la cui efficacia è tutta da dimostrare”.

Non li ritiene attendibili?

“Questi test hanno dei limiti e la loro attendibilità in situazioni non controllate, come può essere l’ambiente domestico, lascia molti dubbi. Si tratta di test che sotto un’adatta supervisione hanno dato buoni risultati e che devono essere effettuati seguendo una procedura ben precisa: vanno fatti a distanza dai pasti, con risciacquo adeguato della bocca e molti altri passaggi difficili da replicare a casa. Per esempio potrebbero essere destinati allo screening degli operatori sanitari, che disporrebbero degli ambienti e degli strumenti adatti. Se i salivari non possono essere effettuati da personale qualificato, a scuola sarebbe preferibile optare per altre metodiche: oggi, per esempio, esistono tamponi molto piccoli che causano il minimo disagio”.

A proposito di scuola, si parla anche di ritorno in aula con distanziamento ma senza mascherine per gli studenti vaccinati. Che ne pensa?

″È come se chi è chiamato a prendere le decisioni non vedesse cosa sta succedendo fuori dall’Italia. Per esempio, guardo con molta preoccupazione a ciò che accade in Israele: un Paese che ha vaccinato con rapidità quasi il 70% della popolazione e che ora si trova a ricominciare da capo”.

Lì è già in corso la somministrazione della terza dose: un argomento di cui si parla molto anche in Italia. Qual è la sua posizione su questo punto?

“Ritengo che, prima di decidere, bisognerà dimostrare la sua efficacia. Partiamo dai risultati che si avranno in Israele, dove hanno ricevuto la terza dose già circa due milioni di persone: più o meno tra un mese dovremo avere le prime indicazioni utili”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli