La Luna, il tempo, noi stessi: sette artisti da Cler a Milano

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Image from askanews web site
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Milano, 5 lug. (askanews) - Chiedi alla polvere, scriveva John Fante nel suo romanzo più importante, storia di un passaggio, di un momento. Ma alla polvere lunare, alla sua cenere, possiamo invece chiedere quell'eternità che qui, sulla Terra, non ci è concessa. Parte da queste suggestioni, se vi pare, lo strano viaggio che si compie dentro lo spazio Cler in via Padova a Milano; parte dal fatto che le impronte degli astronauti resteranno fissate sulla superficie della Luna per 3,5 milioni di anni. Una tipologia di grandezza temporale che non siamo nemmeno in grado di comprendere, nei fatti. Ma Antonio Rovaldi, l'artista che insieme al fotografo Andrea Camuffo anima lo spazio Cler, sa capire molto bene il senso di distanza e di confine che questa cifra porta con sé e ha deciso di invitare altri artisti per una sorta di allunaggio, che parte però dalla considerazione dell'astronauta Bill Anders: "Abbiamo fatto tutta questa strada per esplorare la Luna e la cosa più importante che abbiamo scoperto è stata la Terra".

La mostra "3,5 milioni di anni" parte dal cielo, ma poi lo sguardo degli artisti si rivolge verso di noi, verso i frammenti, le ceneri, i sogni, gli anfratti, verso l'oro di Borges o verso quella Luna in Terra che rimase dopo l'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. La collettiva presenta lavori importanti, come le sculture pendenti e coperte di cenere di Alessandro Biggio, oppure le celebri fotografie archeologiche di Linda Fregni Nagler, o le ceramiche e i disegni stupefacenti di Gaia Carboni. E poi gli strumenti per avvicinarci al suono dello spazio di Francesco Pedrini, l'installazione, questa davvero con la Luna, di Farid Rahimi, le fotografie di astri e tavole venute da lontano di Alessandra Spranzi per arrivare agli allunati d'oro di Rä di Martino, che, borgesianamente, sanno che la Luna, seppur dorata, in fondo è solo uno specchio, l'ennesimo, straziante specchio. Nel quale si ci può solo riflettere.

Come è giusto che sia la mostra non fornisce nessuna risposta, però ci offre delle posture, dei modi di pensare l'arte che sono modi di pensare il mondo, quello lontanissimo, per citare un album memorabile di Battiato, ma anche quello più vicino a noi, quello prossimo. E lo spazio Cler, quel suo essere uno studio d'artista che diventa luogo di incontro, di scambio, di relazione, sottolinea con la sua stessa esistenza l'idea di prossimità, di vicinato verrebbe da dire con Philippe Parreno. E nella dimensione di mistero, di viaggio, perché no anche di sogno - ma un sogno concreto, un sogno possibile - ci sembra di sentire qualcuno che chiama di continuo il nostro nome. Per tre milioni e mezzo di anni, magari.

(Leonardo Merlini)

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