La mamma di Cucchi: "Stefano si stava ricostruendo una vita"

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AGI - "Stefano aveva avuto problemi di tossicodipendenza, ma dopo quasi 4 anni di comunità ne era uscito benissimo. Nei mesi che hanno preceduto il suo arresto e la sua morte, era tornato quello che era sempre stato da piccolo e da adolescente. Si stava ricostruendo una vita. Stava benissimo, si alzava la mattina e andava a correre, passava in chiesa per dire una preghiera. Andava al lavoro da mattina a sera nello studio del padre e poi la sera in palestra, dopo cena. Erano anni che non soffriva più di crisi epilettiche".

È il ricordo di Rita Calore, mamma di Stefano Cucchi, parte civile nel processo agli 8 carabinieri accusati di depistaggio per coprire gli autori del pestaggio subito in caserma dal geometra 31enne la sera del suo arresto.

"Mio figlio - ha detto la donna, insegnante di scuola materna in pensione - era goloso, mangiava di tutto ma stava attento a non superare un certo peso perché faceva pugilato. Eppure hanno detto che era sieropositivo, anoressico, che noi lo avevamo cacciato di casa. Tutte cose inventate e inaccettabili.

"Questa storia - ha rivelato la signora Calore - ci ha distrutto fisicamente e economicamente, abbiamo passato momenti terribili, abbiamo chiesto prestiti in banca per far fronte alle spese del processo. Io mi sono ammalata, mio marito pure. Il lavoro ne ha risentito, lo studio, dove lavorava anche mia figlia Ilaria, è andato sempre peggio, alcuni dipendenti sono andati via. Per quasi 10 anni non ho saltato un'udienza".

"Quando vedemmo il suo cadavere all'istituto di Medicina legale, io che lo avevo partorito per una frazione di secondo ho fatto fatica a riconoscere mio figlio. Era dentro una teca di vetro, con una marea di poliziotti intorno, coperto solo da un lenzuolo fino al collo. Solo dopo abbiamo scoperto il resto del corpo, con le fratture dietro la schiena".

"Era uno scheletro - ha ricordato in lacrime la mamma -, con gli occhi mezzi aperti, la bocca spalancata. Quello non era Stefano.C'era un poliziotto che girava intorno a quella teca scuotendo la testa come a dire 'non è possibile'. Davanti a quel corpo abbiamo giurato che verità e giustizia sarebbero uscite fuori, l'avremmo fatto per lui. Se noi avessimo raccontato come avevamo visto Stefano nessuno ci avrebbe creduto. Così dopo qualche giorno decidemmo di mostrare le foto del cadavere, anche se all'inizio io non ero d'accordo".