"La mia Queenie è la nuova Bridget Jones": intervista alla scrittrice Candice Carty-Williams

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Photo credit: Simone Padovani/Awakening - Getty Images
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L'autrice stessa lo ha definito Black Bridget Jones, ovvero una versione black del bestseller di Helen Fielding. A ragione. Perché Queenie (Einaudi 18,50 euro),primo romanzo di Candice Carty-Williams, è la storia di una ragazza nera, da poco single, che lavora nell’editoria e si muove in un mondo apparentemente progressista e aperto, ma fatto quasi solo di bianchi. Con tutto ciò che ne consegue.

Lei dice di aver creato Queenie perché non esistevano personaggi letterari come lei. Eppure la letteratura post-coloniale inglese è ricca, a partire da Zadie Smith. Cosa mancava?

Mancavano storie ambientate negli ultimi anni, in cui io e le mie amiche potessimo identificarci. Storie come quella di Bridget Jones, personaggio che ho amato (non a caso la migliore amica della protagonista si chiama Darcy): a differenza della sua, però, nella vita di Queenie, come in quella di tutte le donne nere, c’è sempre un elemento politico: dalla scuola, al lavoro, alle relazioni. La nostra identità viene sempre messa in discussione e c’è un'idea di come dovremmo essere. Persino i medici pensano che abbiamo una soglia del dolore più alta delle bianche. A differenza di Bridget, Queenie lavora nell’editoria perché spera di poter fare la differenza: vorrebbe parlare di temi come Black Lives Matter, ma non glielo consentono e per questo si sente frustrata.

Londra è ritenuta una città multiculturale, è pure governata da un sindaco di origine straniera. Quindi stupisce che il razzismo sia diffuso come lei scrive: eppure adesso siete in molti a denunciarlo, come mai?

Quando i miei nonni sono arrivati qui dalla Giamaica, alla fine degli anni 50, si sono assimilati velocemente, volevano essere parte di questo mondo e non avevano intenzione di sfidare il razzismo. Non ne parlavano. Quando io da ragazzina ho iniziato a farmi domande perché venivo trattata in maniera diversa e la mia insegnante se la prendeva con me anche quando non era colpa mia, mia madre sminuiva. “Ignorala, dentro siamo tutti uguali”, diceva. E io ero molto confusa. Poi sono arrivati i social network: abbiamo finalmente avuto la possibilità di condividere le nostre esperienze, abbiamo scoperto di avere una voce, di poter essere solidali tra di noi. E tutto si è amplificato dopo la morte di George Floyd. Il razzismo in UK è radicato nel sistema: anche quando riusciamo a entrarvi, ci viene sempre ricordato chi siamo. Durante il mio primo colloquio nell’editoria, mi è stato detto: “Sei molto fortunata a essere qui”. Ho pensato: non credo sia fortuna, sono qui perché so fare questo lavoro. Ma all’epoca non avevo nessuno con cui parlare. Ed è solo facendolo che ti accorgi di quanto certi comportamenti ai quali sei ormai abiutata, siano gravi.

Photo credit: Courtesy Photo
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Molti degli uomini che Queenie incontra attraverso le app di dating sono solamente interessati a realizzare le loro fantasie sessuali con una donna nera curvy. Succede davvero?

Assolutamente sì. Guy, uno dei personaggi che è stato più difficile scrivere, e che fa sesso con Queenie in maniera molto violenta, è nato da un’esperienza personale. Io e un’amica bianca ci siamo trovate a chattare con lo stesso uomo: a lei ha proposto di vedersi per un caffè. A me ha scritto: “Puoi prenderti un giorno libero? Vorrei scop...». Queenie accetta tutto perché pensa di non valere niente, è grata per ogni attenzione che le viene rivolta. Non capisce di meritare molto di più. Finché non va in terapia.

Ecco: quando la nonna di Queenie scopre che lei vuole andare in terapia, si arrabbia. Il nonno invece, riflette: «Forse dovremmo imparare qualcosa da questa nuova generazione».

Mia nonna – e molte altre come lei – è arrivata in Europa a 16 anni e ha dovuto imparare tutto da sola: questo l’ha molto indurita. Né lei né la nonna di Queenie sono in grado di parlare di emozioni. Noi invece viviamo in un'epoca in cui si può parlare di cosa ci accade. Quando Queenie ha un attacco di panico è la cugina quindicenne a riconoscerlo, perché ogni generazione impara qualcosa di nuovo. Mia nonna non aveva il tempo, né gli strumenti di interrogarsi su se stessa. Noi ci confrontiamo e andiamo in terapia. Concedersi di capire in che modo ciò che succede intorno a noi ci influenza, consente di acquisire punti di riferimento. E diventare più forti. Conosco ragazzi neri di 20 anni che si pongono nella società in maniera spavalda, mentre io alla loro età mi comportavo come ci si aspettava che facessi. Quindi sì, ha ragione il nonno di Queenie: dobbiamo imparare dalle nuove generazioni.

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