La morte di Wastergaard: le vignette su Charlie Hebdo e la panic room

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Hp (Photo: Hp)
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Il primo gennaio del 2010 il vignettista danese Kurt Wastergaard, morto ieri, aveva capito di non aver paranoicamente esagerato in prudenza costruendo nella sua casa una “panic room”, una stanza blindata dove rifugiarsi in caso di attacco. Quel giorno tre fondamentalisti islamici somali avevano fatto irruzione con asce e coltelli nella casa di Wastergaard per far fuori il blasfemo, l’infedele, il “maiale” (così dissero) che aveva osato con le sue vignette prendersi gioco di Maometto e che dunque meritava di morire sgozzato dai vendicatori della fede caplestata a colpi di matita.

Wastergaard si salvò quella volta, ma non si salvarono i colleghi vignettisti del settimanale francese “Charlie Hebdo” che aveva avuto la temerarietà di pubblicare le vignette blasfeme: loro non avevano la “panic room” e i terroristi fecero strage di simpatici disegnatori che avevano a cuore la libertà d’espressione, la libertà di satira, l’irriverenza, tutte virtù che nell’integralismo islamista sono altrettanti vizi da sradicare con l’assassinio, la violenza, la persecuzione.

Oggi si parla poco di Wastergaard che invece dovremmo considerare un eroe della libertà d’opinione, della libertà dell’ironia e del sarcasmo anche feroce. Contro di lui erano state scatenate le piazze fanatiche e in alcuni casi ci furono addirittura tentativi d’assalto nelle ambasciate danesi nei Paesi islamici. Volevano l’abiura, ma Wastergaard non abiurò e fu ridotto in solitudine, difeso soltanto dalla sua provvidenziale panic room. Ricordarlo, è anche un omaggio al coraggio dei suoi colleghi massacrati di Charlie Hebdo.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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