La mostra di Niki de Saint Phalle al MoMA è un inno alla vita (e alla ribellione)

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Photo credit: Niki de Saint Phalle
Photo credit: Niki de Saint Phalle

Ogni volta che si celebra Niki de Saint Phalle si scopre qualcosa. Ogni mostra, ogni suo lavoro, sembra rivelarci qualcosa in più su un'artista visionaria, anticonformista, libera. Lo fa anche la mostra di scena al MoMA PS1, patrocinata da La Prairie (fino al 6 settembre) dal titolo Niki de Saint Phalle: Structures for Life. In mostra oltre 200 lavori che si focalizzano sull'approccio multidisciplinare dell'artista, capace di muoversi con estrema libertà tra la pittura, la scultura, il cinema e l'installazione. Sempre - inutile dirlo - offrendo allo spettatore visioni inedite, nuovi modi di abitare il mondo. Da qui il titolo, che è un inno alla vita: Niki infatti crea luoghi in cui "puoi avere una nuova vita, semplicemente sentendoti libero". Nata a Neuilly-suo-Seine, in Francia, nel 1930, Niki era figlia di un'attrice americana e di un banchiere. La crisi del 1929 porta la famiglia a trasferirsi negli Stati Uniti, a New York per l'esattezza, dove Niki passa da una scuola a un'altra. Poco incline al rispetto delle regole, viene spesso cacciata dalle scuole cattoliche che frequenta, pur appassionandosi al teatro e alla letteratura. La giovane Niki in quegli anni spera di seguire le orme materne, diventando un'attrice. Posa come modella per riviste patinate, alterna la vita newyorkese a lunghi periodi in Francia. A soli vent'anni però si sposa: suo marito è uno scrittore americano, da cui avrà due figli.

Photo credit: Niki de Saint Phalle
Photo credit: Niki de Saint Phalle

Proprio in questo periodo, che la futura artista trascorre nel Massachussets, scopre la pittura. Si tratta di una passione che esplode piano, infatti Niki non abbandona la passione per il teatro, e sogna sempre di diventare un'attrice. Quando la coppia si trasferisce a Parigi, Niki ha un crollo nervoso e viene ricoverata in una clinica a Nizza per un forte esaurimento. Sarà un passaggio in fondo al tunnel dal quale la donna Niki riemergerà come artista, grazie alla pittura: proprio in clinica che scopre l'effetto terapeutico dell'arte. I suoi primi lavori si chiamano “Shooting paintings”: armata di carabina, Niki sparava contro rilievi di gesso su cui si trovavano sacchetti di colori che, esplodendo, imbrattavano i pannelli con i ritratti di Kennedy, di Kruscev, di Fidel Castro, che cominciavano a sanguinare e a morire. Si tratta di un atto di ribellione e di rifiuto contro un mondo in cui le istituzioni e un mondo tutto al maschile la fanno da padroni. Nel frattempo, l'artista aveva lasciato il marito e aveva cominciato una relazione con lo scultore svizzero Jean Tinguely, che sposerà nel 1971. Aveva conosciuto Jean grazie a una mostra al Musée d'Art Moderne de la Ville de Paris, a cui era stata invitata e grazie alla quale era entrata, unica donna, nel gruppo dei Nouveau Realistes. Dalla pittura alla scultura, il passaggio per Niki fu quasi naturale. Cominciò così a realizzare enormi sculture di gesso raffigurati corpi femminili, le "Nanas" (in francese, signorine), veri e propri atti di ribellione contro un'estetica femminile che rifiutava le forme fin troppo generose di questi corpi, ma anche figure simpatiche e accoglienti, colorate gigantesse da poter addirittura visitare come l'enorme nana incinta nella quale si può entrare passando per la vagina. Un'opera che destò sicuramente scalpore e che consacrò Niki de Saint Phalle al successo del grande pubblico.

Photo credit: Wikimedia Commons
Photo credit: Wikimedia Commons

Dietro le opere dell'artista, nonostante l'estetica dissacrante e ironica, dietro le forme generose e le cromie super colorate, c'era tuttavia un lato oscuro, un senso di ribellione che nasceva da un dramma vissuto nell'infanzia: suo padre aveva infatti cercato di violentarla quando aveva 11 anni. “Voleva che diventassi la sua amante”, raccontò Niki in un'intervista. E la rabbia per questo abuso sarà sempre presente nelle sue opere, come un contraltare ribelle. L'unione con Tinguely sarà per lei fondamentale: dal loro sodalizio nasceranno opere geniali, una su tutte Il Giardino dei Tarocchi di Garavicchio, nel cuore della Maremma toscana. A ispirarla fu il Parco Güell di Antoni Gaudí di Barcellona: era rimasta affascinata dai colori violenti, dalle forme antropomorfe e zoomorfe, dalla natura artificiale degli edifici che, prendendo come ispirazione proprio la natura, la deformavano, ridisegnandola. La realizzazione del Giardino ha richiesto 17 anni di impegno e una spesa di circa 10 miliardi di lire che l’artista sostenne autofinanziandosi tramite altre opere, libri, film e la produzione di una linea di profumi. Le sculture di Niki ci appaiono dense di significati simbolici ed esoterici, disegnano una sorta di percorso iniziatico che si snocciola in un’atmosfera giocosa. Frutto di un lavoro interiore, la sua arte è fatta di mille domande e riflessioni: sulla maternità, sul concetto di nascita-rinascita, sulla crudeltà della violenza maschile. Non è facile mettere un'etichetta al lavoro di questa artista poliedrica e visionaria: del resto, lei stessa prese le distanze dal movimento femminista. Eppure, ogni centimetro della sua arte esprime un'idea di femminilità potente come non mai. Una femminilità fatta di bellezza e violenza, di ironia e mistero, di gioia e crudeltà. L'arte rese Niki più forte e al tempo stesso più fragile, dato che morì di una malattia respiratoria probabilmente connessa all'utilizzo del poliestere con cui realizzava le sue opere. Per Niki l'arte, come diceva lei stessa, era stata un sogno, un sogno “più lungo della notte”.

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