La musica per i sordi, questione di vibrazioni

Antonella Piperno

Una canzone visiva. È quella che l'interprete del linguaggio dei segni, sul palco del Festival di Sanremo con Le Vibrazioni, ha consegnato ai sordi davanti alla tv. Lo spiega all'Agi Pietro Celo, docente di lingua dei  segni all'università di Bologna (scuola interpreti e traduttori di Forlì), chiarendo che il lavoro dell'interprete del palco non si limita a una mera traduzione del testo ma punta a trasmettere le emozioni contenute nella canzone e anche le variazioni del ritmo.

“La vista rimpiazza la mancanza dell'udito” chiarisce spiegando che attraverso il linguaggio dei segni, l'uso dello spazio, la velocità delle mani, la mimica, anche chi non sente può vivere la sua esperienza musicale. L'operazione è simile all'adattamento  di chi trasforma un libro in un film, “una traduzione intersemantica”, la definisce  Celo, “che mette in connessione due sistemi strutturali e simbolici diversi”.

Il progetto "Silent"

Ma se non c'è dubbio che, con l'operazione inclusiva della Rai, testo, emozioni e variazioni di ritmo sanremesi arriveranno anche a chi non sente, c'è chi pensa che in futuro si possa fare di più, riuscendo a far arrivare ai sordi anche, in qualche modo, la musica. Lo pensa Gabriele Marangoni, compositore e docente al Conservatorio di Cagliari che ha appena portato in scena, a Lugano (ma aveva debuttato a Reggio Emilia tre anni fa) il suo progetto sperimentale “Silent” dedicato a un pubblico sia udente che sordo, un evento di inclusione sociale che sul palco vede protagonisti musicisti normoudenti e performer sordi.

Tutto ruota, spiega attorno alla vibrazione, “lo stato primordiale del suono” lo definisce, che guarda caso è il nome del gruppo protagonista della performance inclusiva  al festival: “Quella di Sanremo è un'operazione notevole - chiarisce- ma l'interprete del linguaggio dei segni riesce a tradurre il testo, la parte emozionale, lo stato d'animo, ma non la musica, che potrebbe essere accessibile invece attraverso la traduzione del suono in vibrazioni”.

Non a caso, spiega, sono quelle che nelle lezioni di musicoterapia (attraverso le quali riescono anche a cantare) vengono trasmesse ai bambini sordi, anche di pochi mesi: “Vengono poggiati su un pianoforte, ad esempio, e anche senza sapere cosa è la musica attraverso le vibrazioni imparano da subito questo vocabolario, arrivando più in là a riprodurla con i flauti”.

Agli spettatori  seduti all'Ariston le vibrazioni legate alla musica del Festival potrebbero arrivare, spiega attraverso dei dispositivi collocati in sala (li ha usato nel suo Silent e racconta che sta lavorando allo sviluppo delle loro vibrazioni nelle sale da concerti). Per chi è a casa Marangoni sta lavorando, “a dispositivi domestici che creano una vibrazione legata al segnale televisivo” e spiega che una società inglese ha già realizzato magliette che una volta indossare riproducono le vibrazioni musicali, 

Nel suo spettacolo sperimentale, teso non a far comprendere l'universo dei normodotati ai sordi ma viceversa (e pare che la sensazione trasmessa sia stata quella, rievocativa del grembo materno) Marangoni ha messo sul palco, insieme ai musicisti dei performer sordi, dotati, spiega, di percezioni sonore a cui noi non abbiamo accesso, che sono in grado di elaborare, di percepire e controllare, come ad esempio il respiro, la percussione dei denti, l'utilizzo del corpo: “ Il battito cardiaco, il respiro che noi, immersi in tante sorgenti sonore non percepiamo, sono la quotidianità sonora dei sordi, suoni che possono riprodurre accelerandoli, diminuendoli, il loro lessico sonoro insomma”.

Sul palco lo hanno fatto, accompagnati dai musicisti e arricchendo la loro performance con il battito dei denti e lo sfregamento delle mani, aiutati da superfici vibranti, su cui poggiavano le mani”. Come arrivava questo lessico musicale ai sordi seduti in platea? Con le vibrazioni riprodotte attraverso dispositivi a bassa frequenza e attraverso sfere d'aria (vibranti anch'esse), abbracciate da chi sedeva in platea.