"La musica vive solo con presenze al cento per cento"

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AGI - Lo Stato Sociale non è solo un collettivo musicale che ha contribuito in maniera decisiva al successo della rivoluzione indie che ha cambiato i connotati della discografia italiana; e non è nemmeno semplicemente la band che ha sfondato al Festival di Sanremo del 2018 con la hit “Una vita in vacanza”.

I “regaz” bolognesi sono anche, soprattutto (per i più attenti), una delle realtà del settore culturale italiano più impegnate nell'affrontare, spesso di petto, ancor più spesso con sarcasmo, i temi riguardanti la società, la politica, semplicemente quello che succede nel mondo, nel nostro Paese, fino alla parentesi di universo che li riguarda più da vicino: la musica naturalmente.

Un universo particolarmente in subbuglio negli ultimi due anni, certamente il più colpito dalle restrizioni obbligate dall'emergenza sanitaria, e ancora oggi in lotta per essere messo al passo con altre realtà del tessuto sociale del nostro paese, il calcio forse su tutte, o perlomeno con gli altri Paesi, già passati a quello step in cui la ripresa è piuttosto tangibile; grandi eventi con grandi assembramenti affollano le pagine Instagram degli appassionati, basti pensare al tour post Eurovision Song Contest dei nostri Maneskin e a quei video di Damiano serenamente in volo in spregiudicati e divertenti stage diving sul pubblico ammassato, assembrato, e felice.

Com'è stato risalire su un palco questa estate dopo anni?

Bebo: “Il primo quarto d'ora del nostro primo concerto a Milano di questo tour, dopo tre anni che non suonavamo, è stato un incubo, non avevamo la più pallida idea di quello che dovevamo fare con le persone sedute, anche con una platea numerosa. Io pensato che fosse una cosa orrenda, che non ha alcun significato, poi inevitabilmente fai buon viso a cattivo gioco e prendi le misure; alla fine si è fatto, come una cosa divertente che non farò mai più. Dal punto di vista del settore, bene che si sia ricominciato in qualche modo, vero che è stato una farsa, perché non si può parlare di ripartenza quando lavori tre mesi, tutti accalcati a dividersi i palchi, a sperare che ti chiamino, e poi finisce la stagione estiva e non c'è un futuro. Perché di fatto è questo, non c'è una programmazione sull'autunno-inverno, nessuno sa cosa si potrà fare, le sedute, le non sedute, le capienze, siamo le ultime ruote di scorta del carro. Quindi se da un lato abbiamo dimostrato che alle regole ci sappiamo giocare, è anche vero che queste regole non permettono il gioco nel lungo periodo”

Dopo due anni così complessi e uno spiraglio di luce che si scorge in fondo al tunnel, avete un po' tirato le somme sulla considerazione che le istituzioni hanno della professione dell'artista?

Lodo: “Non è un problema, nel senso che il fatto che l'artista non venga percepito come uno che si spacca la schiena per davvero, che lavora tutto il giorno, che produce non solo un ingente movimento economico attorno a sé, ma una conservazione o rinnovamento di alcune percezioni culturali e sociali, che fanno in modo che il Paese non sia ogni giorno più ignorante…tutta questa cosa io non la chiedo a nessuno che sta governando, perché non ci possono arrivare a capirlo, non ci credo che loro lo capiscono; si sono occupati d'altro, erano distratti, non c'erano e se c'erano dormivano. Ma il punto è che attorno a noi ci sono persone che fanno un lavoro esattamente come quelli che montano un cantiere, però montano dei palchi, e il fatto che loro abbiano trattato queste persone come persone che non stanno lavorando, che sono degli scappati di casa, è totalmente inaccettabile. Poi una volta che si ottiene questo parliamo anche del livello sopra”

Bebo: “Il settore non è unito, se vogliamo delle rivendicazioni dobbiamo comportarci come un corpo politico, quindi o ci sindacalizziamo o ci sindacalizziamo, qualsiasi cosa voglia dire, anche farlo crescere ex novo, inventarci una nuova forma di tutela, o confluire da qualche parte, però annasparsi con un post su Instagram senza avere un riferimento collettivo, poi alla fine non ti fa ottenere nulla, è il numero che fa la differenza”

Effettivamente l'ultimo scossone alla protesta l'ha data Cosmo con la lettera che ha indirizzato al Presidente della Regione Emilia-Romagna, ma perché l'hanno ricondivisa sui social un po' tutti i cantanti italiani…

Lodo: “È vero, però c'è da stare attenti su una cosa: è auspicabile che domani ci sia il 100% delle capienze, è auspicabile che gli altri Paesi che hanno fatto il 100% stiano andando bene, è improbabile che in questo paese arrivi il 100% delle capienze ai concerti prima che agli stadi, molto improbabile. Detto questo, non è il tema principale di questi due anni, è vero che questo sistema si mantiene con le capienze al 100%, sennò la gente non riesce a lavorare, ma questi due anni devono servire ad avere dei diritti che i lavoratori dello spettacolo prima non avevano. Ad avere il reddito di continuità, dei paracaduti sociali, a fare in modo che la prossima volta che succede, perché magari succede visto il mondo in cui viviamo, che ci si ferma per due/tre anni, non scopriamo, oh mio Dio, che siamo i primi a finire in mezzo a una strada. Quindi concentrarsi solo su quella cosa è un rischio, perché noi siamo molto pigri e una volta ottenuta quella cosa possiamo ricoltivare il nostro orticello di privato interesse e ci scordiamo del senso collettivo di una lotta; e la lotta è sui diritti ancor prima che sulle capienze”

Fosse stato un settore pronto e regolarizzato le cose sarebbero andare diversamente…

Lodo: “Noi dobbiamo vivere in un mondo in cui se accade un'emergenza sanitaria la gente non deve cambiare lavoro, non deve fare i debiti, non deve rovinarsi…questo è il senso”

Bebo: “è vero, è impensabile che il mondo dello spettacolo ragioni in maniera diversa da quello che è il grande sistema capitalista in cui viviamo. Che è un sistema in cui viviamo costantemente pensando che quello accanto è un concorrente, ma non solo noi artisti, qualsiasi figura. Se riconosciamo che dobbiamo radicalmente cambiare il modo in cui ci approcciamo al nostro mestiere allora ce la facciamo, è proprio collettivizzare la chiave di volta. Perché quando le abbiamo chieste in tanti, poi le cose sono arrivate. L'anno scorso i lavoratori dello spettacolo non ricevevano nemmeno i 600 euro dell'Inps, è normale? Sono persone, sono lavoratori, eppure li hanno esclusi. Poi abbiamo chiesto tutti insieme e sono arrivati, sono arrivate anche altre erogazioni, altri sostegni, altri paracaduti sociali. Questo dimostra che se usciamo dalla logica della competizione e diventiamo un corpo unico allora siamo qualcosa”

Carota: “Mi sembra un paradosso che bisogna stare sempre lì a ricordare a una classe politica cosa siamo, cosa facciamo. Come può venire in mente a Conte di pubblicare quelle fotografie? Non c'è la sensibilità e per me è un problema che va oltre il nostro lavoro, è proprio uno slacciamento della classe politica dalla realtà. E quello è un grosso problema da risolvere, forse scendendo in piazza, uniti, in gruppo, ma è una roba che va risolta”

È un discorso che vale per ogni singolo aspetto della nostra società, la cultura sempre in coda a tutto…

Lodo: “La questione è che c'è una differenza tra cultura e lavoro. Cioè la cultura viene dopo tante cose, però è anche vero che se domani la zecca non stampa dei soldi è un problema più grave che se domani non ci sono gli spettacoli. La gente può aspettare per vedere uno spettacolo, poi gli cambia la vita, gli apre la mente, tutto vero. Il problema insito qua non è che non si ha considerazione della cultura, perché bisogna avere cultura per avere considerazione della cultura. Il problema è che non c'è rispetto per il lavoro, l'immagine di Conte, non è irrispettosa verso la cultura, ma verso dei lavoratori”

Se domani vi chiamasse il Ministro Franceschini per discutere il problema…?

Bebo: “La differenza la fa proprio il discutere, il problematizzare. Questa band, se dovesse mai essere ricevuta dal ministro Franceschini, io non credo che dovrebbe portare delle soluzioni, perché non è il nostro mestiere. Il mestiere dell'artista, di chi fa cultura è porre delle gravi domande; quando ci sono delle gravi domande che non vengono accolte, non che non ci sono delle risposte, proprio che non vengono accolte, allora c'è un problema, perché chi fa cultura deve fare questo, deve mettere in difficoltà l'istituzione quando l'istituzione non lavora bene. Non è nostro compito immaginare come riformare un Paese, vero è che c'è bisogno di mettere dei tasselli di dignità, e per questo abbiamo delle risposte, perché sappiamo qual è la nostra dignità di settore; ma noi facciamo delle domande, tutti insieme dobbiamo chiedere, come diceva Galeano, ‘Camminare domandando', questo è il nostro mestiere, perché se tu fai l'istituzione devi avere delle risposte o perlomeno accettare che ci siano delle domande e prenderle in considerazione. Se non lo fai hai fallito e devi toglierti di mezzo”.

Quindi come giudicate il lavoro di Franceschini?

Bebo: “Per me Franceschini, con tutto che ci ha provato e riprovato, molto spesso con grave malafede, è uno che dovrebbe andarsene via di corsa, io non ho più intenzione di dovermi confrontare con una persona che dopo un anno e mezzo non è capace di formulare una riforma che è stata scritta dal settore; e viene cambiata quando va in discussione parlamentare, e diventa una cosa diversa. E allora? A cosa serve ascoltare i lavoratori, a cosa serve la massa popolare? Se a te istituzione non serve a niente, hai fallito” 

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