La Nato russa fa l'esordio in Kazakistan: sedare la rabbia, evitare il "contagio"

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ALMATY, KAZAKHSTAN - JANUARY 5, 2022: Protesters are seen outside the mayors office on fire. Protests are spreading across Kazakhstan over the rising fuel prices; protesters broke into the Almaty mayors office and set it on fire. Valery Sharifulin/TASS (Photo by Valery Sharifulin\TASS via Getty Images) (Photo: Valery Sharifulin via Getty Images)
ALMATY, KAZAKHSTAN - JANUARY 5, 2022: Protesters are seen outside the mayors office on fire. Protests are spreading across Kazakhstan over the rising fuel prices; protesters broke into the Almaty mayors office and set it on fire. Valery Sharifulin/TASS (Photo by Valery Sharifulin\TASS via Getty Images) (Photo: Valery Sharifulin via Getty Images)

A sedare la rabbia dei manifestanti kazaki, che negli ultimi giorni hanno fatto tremare il governo autocratico dell’ex repubblica sovietica, sono intervenute le truppe dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), la versione russa della Nato guidata da Mosca. È la prima volta dalla fondazione dell’alleanza, trent’anni fa, che viene invocata la sua clausola di protezione, analoga all’articolo 5 della Nato. Peccato che in questo caso, al di là della retorica di Mosca e dei suoi alleati, non ci sia alcun “nemico esterno” da cui difendersi, ma un grande problema interno: folle di manifestanti esasperati da decenni di malgoverno e corruzione, in un Paese ricchissimo di risorse minerarie ma caratterizzato da pesanti diseguaglianze socioeconomiche. La miccia, com’è noto, è stato il drastico aumento dei prezzi del carburante, ma le radici della rabbia sono più profonde e indicano la fine tragica dell’epoca post sovietica.

A Kazakh law enforcement officer stands guard during a protest triggered by fuel price increase in Almaty, Kazakhstan January 5, 2022. REUTERS/Pavel Mikheyev (Photo: Pavel Mikheyev via Reuters)
A Kazakh law enforcement officer stands guard during a protest triggered by fuel price increase in Almaty, Kazakhstan January 5, 2022. REUTERS/Pavel Mikheyev (Photo: Pavel Mikheyev via Reuters)

L’arrivo, su richiesta del governo kazako, delle “forze di pace” della CSTO – alleanza di cui fanno parte Russia, Kazakistan, Armenia, Bielorussia, Tagikistan e Kirghizistan – rende ancora più difficile capire cosa stia accadendo sul campo, con interruzioni delle reti telefoniche e dei servizi internet. Si parla di decine di vittime e centinaia di feriti tra i manifestanti, mentre gli arrestati sarebbero quasi 2.300, secondo l’agenzia russa Ria Novosti, che riporta di 18 agenti morti durante i disordini. Le autorità hanno sospeso temporaneamente l’ingresso ai cittadini stranieri nel Paese; la piazza principale di Almaty è stata teatro di una violenta sparatoria.

I primi soldati stranieri sono arrivati su richiesta del presidente Kassym Jomart Tokayev, dopo che il municipio di Almaty è stato dato alle fiamme e l’aeroporto è stato invaso da una folla inferocita. La missione in Kazakistan della CSTO potrebbe “richiedere circa un mese”, ha riferito il vicepresidente della Commissione Difesa della Duma, spiegando che il compito delle truppe sarà “contribuire a neutralizzare gli istigatori della violenza e mettere in sicurezza le infrastrutture strategiche”. Secondo la narrazione delle autorità kazake e russe, la rivolta è un tentativo di destabilizzazione dello Stato portato avanti da “formazioni armate addestrate e organizzate dall’esterno”.

A picture shows burnt-out cars at a parking lot near administrative buildings in central Almaty on January 6, 2022, after violence that erupted following protests over hikes in fuel prices. - Casualties among Kazakh security officers on January 6, rose to 18 dead and 748 wounded as authorities sought to quell unrest in the ex-Soviet country, Russian news agencies reported, citing the interior ministry. Protests over hikes in fuel prices escalated into full-blown fighting in the Central Asian country's worst crisis in years, with protesters storming and setting alight government buildings including the mayor's office in Almaty and a presidential residence, which was gutted and still smouldering when AFP correspondents entered on January 6. (Photo by Alexander BOGDANOV / AFP) (Photo by ALEXANDER BOGDANOV/AFP via Getty Images) (Photo: ALEXANDER BOGDANOV via Getty Images)
A picture shows burnt-out cars at a parking lot near administrative buildings in central Almaty on January 6, 2022, after violence that erupted following protests over hikes in fuel prices. - Casualties among Kazakh security officers on January 6, rose to 18 dead and 748 wounded as authorities sought to quell unrest in the ex-Soviet country, Russian news agencies reported, citing the interior ministry. Protests over hikes in fuel prices escalated into full-blown fighting in the Central Asian country's worst crisis in years, with protesters storming and setting alight government buildings including the mayor's office in Almaty and a presidential residence, which was gutted and still smouldering when AFP correspondents entered on January 6. (Photo by Alexander BOGDANOV / AFP) (Photo by ALEXANDER BOGDANOV/AFP via Getty Images) (Photo: ALEXANDER BOGDANOV via Getty Images)

La violenza delle proteste ha colto di sorpresa Mosca, che avrebbe preferito continuare a concentrarsi sull’Ucraina e sul negoziato con l’Occidente, anziché correre a mandare soldati in Kazakistan. Ma il presidente Putin teme poche cose al mondo come il fumo delle proteste nelle ex repubblica sovietiche. “Putin è ossessionato dalle rivolte nello spazio post sovietico: le proietta sulla Russia e teme che un giorno il popolo russo si senta incoraggiato da questi esempi”, spiega ad HuffPost Nona Mikhelidze, responsabile del programma Europa orientale e Eurasia dell’Istituto Affari Internazionali. “Nell’ottica di Putin, intervenire è una necessità primaria perché ogni tentazione di rivoluzione va soffocata per non rischiare che si ripeta dentro la Russia”.

Chi gongola, in questa situazione, è il leader bielorusso Aleksandr Lukashenko, secondo cui i disordini in Kazakistan rappresentano una lezione di cosa sarebbe potuto succedere in Bielorussia. In realtà, è fin troppo chiaro il filo che unisce l’agosto bielorusso al gennaio kazako: quello del malcontento di due popolazioni stanche di sottostare al dominio di autocrazie rapaci.

Per Erica Marat, docente di Studi Regionali e Analitici presso la National Defense University, “l’entrata in campo della CSTO significa che il Kazakistan sta cadendo sotto una dipendenza molto molto maggiore dall’influenza politica russa. Per il Kazakistan, significa di fatto cedere la sua sovranità invitando truppe straniere a pattugliare le sue strade. Le ripercussioni sono enormi, non solo per il Kazakistan ma anche per altri Paesi dell’Asia centrale, i cui autocrati potrebbero in futuro replicare questo schema (invitare le truppe CSTO) per soffocare le proteste dei propri cittadini. Per Putin, si tratta di un’incredibile spinta in termini di popolarità e propaganda domestica sulle ambizioni imperialistiche della Russia. Il tutto tramite una via molto più semplice rispetto all’Ucraina: lì dovrebbe affrontare un esercito e le reazioni dell’Occidente; qui ha un green pass delle autorità nazionali”.

Se la particolarità del Kazakistan, finora, era stata quella di mantenere un equilibro geopolitico e strategico invidiabile - da una parte l’alleanza con la Russia di Putin, dall’altra la continua mediazione, anche economica, con la Cina, senza perdere mai di vista il dialogo con l’Occidente – gli eventi delle ultime ore ne rivedono le ambizioni al ribasso. “Sappiamo che i russi, una volta entrati, difficilmente escono”, commenta Mikhelidze. “In questo caso, poi, dobbiamo tenere presente che il 20% della popolazione del Kazakistan è di etnia russa, soprattutto nella parte settentrionale con la maggiore concentrazione di risorse energetiche. Sappiamo come la Russia usi come pretesto per intervenire la difesa della popolazione etnicamente russa (ha usato questo pretesto con l’annessione della Crimea e la guerra nel Donbass)”.

Parliamo di un Paese che possiede sterminate risorse minerarie - il 60% di quelle dell’ex Unione Sovietica - tra cui ferro (bacino Kustanaj, Nord-Ovest), carbone (Karaganda e Ekibastuz), petrolio, metano e diversi metalli usati nell’elettronica, nell’ingegneria nucleare e nella missilistica. Risorse che ne fanno la prima economia dell’Asia centrale, nonché il più importante produttore ed esportatore di petrolio nell’ambito della Comunità di Stati indipendenti (CSI). Non solo: il Kazakistan ospita anche il 20% delle terre coltivate dell’ex Urss, ovvero un immenso campo di frumento in grado di produrre un terzo del totale dell’ex blocco sovietico.

Ma tutta questa ricchezza non si traduce in benessere per la maggior parte della popolazione. “Ciò che sta accadendo in questo momento in Kazakistan è senza precedenti ma allo stesso tempo quasi inevitabile”, commenta Togzhan Kassenova, analista kazaka del Center for Policy Research dell’Università di Albany. “Se gli aumenti del prezzo del gas sono stati l’ultima goccia, le proteste riflettono una frustrazione popolare di lungo termine. Il Kazakistan è estremamente ricco (e pochi eletti sono molto ricchi per questo motivo). Allo stesso tempo, troppi, soprattutto nelle città più piccole e nelle aree rurali, stanno lottando e si sentono emarginati”.

“Come spesso accade nei Paesi autocratici, le élite kazake erano talmente distaccate dai bisogni della popolazione da non coglierne il malcontento. Abbiamo visto lo stesso in Bielorussia”, aggiunge Mikhelidze. L’analista invita a vedere, nel dramma, un aspetto positivo: “questi eventi ci mostrano che, nonostante tutte le restrizioni, c’è una società civile politicamente attiva in questi Paesi. La popolazione sopporta il malgoverno per tanti anni, ma ad un certo punto reagisce ed esplode in modi che non sono mai prevedibili. Questo è in generale il dramma della fine dell’epoca post sovietica, a trent’anni dal crollo dell’Urss: una parte delle ex repubbliche sovietiche ha consolidato autocrazie che ora devono fare i conti con proteste genuine, determinate da ragioni sociali, economiche e politiche”. La nota dolente è che nessuno sa quanto tempo e quanto sangue dovranno scorrere prima che una nuova era nasca dalla fine di quella post sovietica, né quale volto avrà questa nuova epoca.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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