La nostra idea di libertà regola i rapporti fra uomini, non con il virus

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Protesters against the green pass burn facsimiles bearing the swastika symbol above the bar code in front of the Palazzo of Regione Piemonte in downtown Turin, Italy. Starting October 15, all workers in Italy must present the Green Pass document, proof of vaccination, or a negative Covid-19 test to work.  (Photo by Mauro Ujetto/NurPhoto via Getty Images) (Photo: NurPhoto via Getty Images)
Protesters against the green pass burn facsimiles bearing the swastika symbol above the bar code in front of the Palazzo of Regione Piemonte in downtown Turin, Italy. Starting October 15, all workers in Italy must present the Green Pass document, proof of vaccination, or a negative Covid-19 test to work. (Photo by Mauro Ujetto/NurPhoto via Getty Images) (Photo: NurPhoto via Getty Images)

Quando sento parlare di libertà, ne ascolto certe furoreggianti rivendicazioni, in particolare in riferimento al covid, mi viene in mente Ágnes Heller, grande storica e filosofa ungherese. Aveva quindici anni il giorno dell’agosto 1944 in cui i nazisti entrarono a Budapest e bastò il suono ritmico dei tacchi della Wehrmacht a demolire ogni sua prospettiva di libertà. La famiglia di Heller era ebrea e tuttavia il pericolo dell’arresto, della deportazione e della morte non bastò ad annullare non dico un’idea intima di libertà, ma una pratica dirompente: il meraviglioso padre di Ágnes la esortò a vivere come prima, a uscire per la strade, ad avere cura della libertà più della sicurezza perché chi sovrappone la sicurezza alla libertà è già uno schiavo. Il padre di Ágnes morì ad Auschwitz, incatenato ma libero, lei si salvò e sarebbe sempre rimasta una donna libera, al costo della sicurezza, anche sotto il regime comunista.

L’immagine della giovane Ágnes che cammina per Budapest occupata dalle truppe di Hitler ha una forza enorme, è la stessa immagine degli inglesi che decapitano Carlo I, dei francesi che conquistano la Bastiglia, della Dichiarazione di indipendenza delle colonie americane, perché stabilisce con un atto supremo che cosa è la libertà nel mondo moderno: l’intangibile unicità e uguaglianza di ogni essere umano. Ma Ágnes compie un passo ulteriore: non si muove protetta dentro una massa, si muove da sola, e cioè è il suo stesso atto a definire la sua unicità, la sua uguaglianza, la sua intangibilità. Magnifico.

Pensando a lei e al covid un giorno ho scritto che ci fu un tempo in cui mettevamo a repentaglio la vita per la libertà e oggi mettiamo a repentaglio la libertà per la vita, e non so se oggi lo riscriverei, perché affrontare il covid con le categorie di libertà su cui abbiamo riflettuto negli ultimi tre secoli temo sia un errore madornale. Quando abbiamo tagliato la testa al re, volevamo dimostrare con un gesto violento e inequivocabile che il sovrano non era di natura divina, nulla e tantomeno un volere celeste, per ragioni imperscrutabili all’uomo, lo autorizzava a disporre della legge e a imporla sugli uomini a suo capriccio. Ecco il fondamento della democrazia occidentale: l’intangibile unicità e uguaglianza di ogni essere umano e dunque ogni essere umano è portatore del diritto di determinare la propria vita in comunità con altri portatori dello stesso diritto.

La storia successiva, fino alla lotta vincente contro il nazismo e il comunismo, è sempre stata la storia della medesima lotta: contro la tirannia degli uomini sugli uomini. Tutte le costituzioni che abbiamo scritto, le dichiarazioni dei diritti universali, i codici penali, nascono dall’esigenza di proteggere gli uomini dagli abusi di potere di altri uomini, e le democrazie occidentali, con fatica immane, enormi errori, cedimenti catastrofici, si muovono comunque in un’unica direzione, la difesa contro ogni dispotismo umano dell’intangibile unicità e uguaglianza di ogni essere umano.

Ma ora? Ora questa idea di libertà è messa in pericolo da uomini contro altri uomini? (Naturalmente sto scrivendo un articolo impotente davanti a chi ritenga il virus un’arma delle élite politico finanziarie eccetera per dominare il pianeta). Oppure è messa in pericolo da un nemico invisibile, mutante, imprevedibile e soprattutto non umano? O meglio, è messa in pericolo dagli uomini nel tentativo non di sconfiggere altri uomini, ma un nemico nuovo, il virus, che in meno di due anni ha scardinato – molto più di quanto riteniamo – ogni nostro precedente paradigma. Così, quando Massimo Cacciari e Giorgio Agamben pongono delle questione serissime, temo sbaglino specialmente nei riferimenti al ventennio o al manifesto della razza, non soltanto per l’esorbitanza del parallelo, ma perché il fascismo e il razzismo furono la guerra degli uomini per assoggettare o annientare altri uomini. Le drastiche e dolorose misure profilattiche prese dai governi occidentali, e soprattutto dal nostro, sono le misure della guerra dell’uomo contro il virus.

Possiamo discutere se siano giuste o sbagliate, ma non possiamo discuterne sulla base di un concetto di libertà formulato quando la guerra era un’altra e un altro il nemico. L’architettura della libertà costruita in tre secoli regge, perlomeno in via teorica, davanti alle teocrazie islamiche o alle democrature dell’Europa orientale, ma temo non regga davanti al virus, perché davanti all’uomo dispotico si erge un muro, si sale in montagna, si spara col fucile, ma è un arsenale inservibile davanti a un virus. Io sono pieno di dubbi, ma so che il concetto stesso di libertà saremo costretti a riconsiderarlo e riscriverlo e nel fuoco stesso degli eventi. E so che se avessi la tempra di Ágnes Heller potrei scendere in strada a sfidare i nazisti, per dichiararmi essere umano davanti all’essere umano, ma se lo facessi davanti al virus mi dichiarerei essere umano davanti al virus, e cioè mi dichiarerei velleitario e stolto.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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