La nuova frontiera del porno: i podcast

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Ogni tanto i media parlano di un fenomeno come del “futuro” dell’ambito in cui accade. Per capirci, uno degli articoli più famosi del giornalismo musicale è quello in cui l’allora critico di Rolling Stone e di Real Paper, Jon Landau, scrisse “Ho visto il futuro del rock’n’roll e il suo nome è Bruce Springsteen”. Era il 1974, e Landau ci vide benissimo (non a caso divenne produttore e collaboratore tra i più fidati dello stesso musicista).

Sulla stessa scorta, da poco si parla di podcast come del futuro dei contenuti digitali di qualità: file audio, montati come lunghi servizi o programmi radiofonici, editati con estrema cura e soprattutto ricchi di testo. In un’epoca in cui il tempo è risorsa sempre più scarsa, il podcast aiuta a ottimizzarlo perché permette di fare altro mentre si ascolta, e non in maniera distratta, un storia, un’inchiesta, un approfondimento; insomma, un contenuto non di puro intrattenimento.

I podcast, futuro dei contenuti digitali, si candidano a esserlo anche del porno. Sì, avete letto bene. Quel settore per sua essenza basato sull’immagine, sul voyeurismo spinto, sull’urgenza di vedere il dettaglio fisico dell’amore sta sperimentando mercati nuovi e in crescita, e se vogliamo antitetici alla propria ragione d’essere. Il senso qui stimolato non è più la vista ma l’udito, con storie erotiche, eccitanti ed evocative.

Simbolo del successo di questa nuova strada Dipsea, podcast erotico lanciato circa un anno fa a San Francisco, e disponibile in inglese in tutto il mondo. La forza innovativa di Dipsea non è tuttavia solo nel mezzo, ma anche nel contenuto: fondato da due donne, Gina Gutierrez e Faye Keegan, è pensato soprattutto per accendere l’immaginario erotico delle donne. In questo, il servizio è agli antipodi delle piattaforme più note del porno web, tarate soprattutto per soddisfare un’utenza maschile.

L’esperimento sembra funzionare, anche perché - come dicevamo - i podcast sono tra le innovazioni più di successo nel mercato attuale dei contenuti digitali. E poi perché se c’è un settore che non sa cosa sia la parola crisi, questo è il porno. Nel suo alveo, poi, sta pian piano emergendo il pubblico femminile: si stima che una donna su tre ne sia utente regolare.