La nuova quarantena non ingrana. Tamponi e Asl troppo lenti: “Così a scuola torna la Dad"

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- (Photo: MARCO BERTORELLO via AFP via Getty Images)
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Tamponi che non arrivano, Asl lente o irreperibili, un nuovo protocollo per le quarantene scolastiche difficile da gestire. L’obiettivo niente insegnamento a distanza con un solo positivo in classe sta rimanendo in molti casi un miraggio. E così negli istituti torna la Dad.

“Spesso accade che alcune Asl, interpretando in maniera piuttosto burocratica il loro lavoro, a una certa ora della giornata smettano di lavorare e nel fine settimana non rispondano. Così un lavoro che dovrebbe essere frutto di una collaborazione ricade soltanto sulle scuole”, dice all’HuffPost il professor Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione Nazionale Presidi (ANP), precisando però che “il ritorno alla didattica a distanza è molto distante dalla situazione dello scorso anno: l’effetto positivo dei vaccini su professori e sugli studenti over 12 si fa sentire”.

Il nuovo protocollo - redatto dai ministeri dell’Istruzione e della Salute - è entrato in vigore l′8 novembre e prevede che dalle scuole elementari alle superiori, nel caso di un positivo in classe i contatti si sottopongano a un primo tampone, definito “T0”. Se il risultato è negativo si potrà rientrare a scuola, andrà poi effettuato un nuovo screening dopo 5 giorni (T5). Nel caso di due positivi i vaccinati o negativizzati negli ultimi sei mesi faranno la sorveglianza con testing, i non vaccinati la quarantena. Solo nel caso di tre positivi, tutta la classe andrà in quarantena. Ma se qualcosa blocca l’ingranaggio, scatta la didattica a distanza.

Il professor Giannelli spiega che spesso i dirigenti scolastici e i referenti Covid degli istituti scolastici si mobilitano per attivare i percorsi necessari anche nel caso in cui la positività di un alunno viene segnalato in tarda serata. Ma alcune Asl sembrano non facilitare le procedure. “Non accade con tutte le aziende sanitarie, ma diverse scuole ci hanno segnalato che l’altra difficoltà è la lentezza nell’effettuare i tamponi: prima di diversi giorni i risultati non vengono consegnati - dice Giannelli - considerato che T0 va effettuato il giorno stesso dell’individuazione del caso sospetto è chiaro che, se l’esito arriva a 4-5 giorni di distanza dall’esecuzione del test, i tempi della Dad sono destinati ad allungarsi. Serve massima collaborazione tra scuole e Asl”,

Cristina Costarelli, preside del liceo “Isacco Newton” di Roma interpellata dall’Ansa, afferma che i protocolli sono “ingestibili da parte di scuole e famiglie” perché “sono stati immaginati in un momento inopportuno, con un calo di contagi, mentre oggi ci troviamo ad affrontare una nuova impennata. Faccio un esempio: quando c’è anche un solo positivo in classe, tutti i compagni devono fare due tamponi, uno subito e uno al quinto giorno. E le scuole devono raccogliere tutti questi dati, tra chi manda subito l’esito del test, chi il giorno dopo, chi non lo fa proprio. Fino a quando l’iter non termina, non si può tornare alla normalità”.

Mila Spicola, insegnante, pedagogista, scrittrice e blogger per HuffPost, ci dice che “il percorso è vincolato alla capacità delle Asl di dare immediato feedback. Si tratta di una follia organizzativa: era ovvio che le aziende sanitarie, già oberate di lavoro, non ce l’avrebbero fatta”. “Questa situazione di stallo unita all’assenza di indicazioni per ulteriori azioni a contrasto della diffusione del contagio nei luoghi chiusi genera un cortocircuito”, prosegue.

“Non bastano le buone pratiche come la corretta igiene delle mani e l’igienizzazione delle superfici a tenere lontano il Covid dalle scuole. Allentare la presa non è la strada giusta, sappiamo bene che il virus si diffonde per via area: ce l’hanno insegnato due anni di pandemia quanto siano importanti le mascherine, il distanziamento, la diminuzione degli alunni per classe, il monitoraggio dell’aria con dei rilevatori, la continua ventilazione e la purificazione degli ambienti se si superano i livelli di guardia. Bisognerebbe tornare a un protocollo più stringente: maggiori cautele si prendono, meno contagi si hanno”, riflette Spicola.

“Oggi i bambini si stanno ammalando, seppur in forma minoritaria, portando il contagio a casa - continua l’insegnante e pedagogista - ricordiamo che oltretutto al momento, fino nuova decisione degli enti regolatori, gli alunni sotto i 12 anni non sono vaccinabili e possono riscontare complicanze da non sottovalutare, come il Long Covid che secondo gli ultimi studi può essere sviluppato da un soggetto pediatrico su 7”. “La risposta non può essere la Dad, la risposta devono essere scuole ancora più sicure”, afferma Spicola.

Intanto il ministro Patrizio Bianchi, nelle scorse ore, durante il convegno annuale dell’Associazione Nazionale Presidi ha dichiarato che “la parola Dad adesso è la peste, se non ci fosse stata l’alternativa sarebbe stata la chiusura, non la presenza”. “Dopo due mesi abbiamo delle situazioni difficili, però sotto controllo - ha affermato -, ma vedo che vi è la tendenza a dire che andrà tutto male, quando la risposta è stiamo lavorando perché vada bene”.

“Questo Paese ha dimostrato che nella scuola il 95%” del personale ha scelto di vaccinarsi “come atto di responsabilità, gli alunni fra i 16 e i 19 anni lo sono per l′85% - ha sottolinea ancora il ministro -.Se le autorità sanitarie europee e nazionali ci diranno che vaccinare i bambini è cosa buona e giusta, io credo che la scuola ancora una volta si assumerà le proprie responsabilità”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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