La pace tra Etiopia ed Eritrea che è valsa il Nobel ad Abiy Ahmed

Veronique Viriglio

Il centesimo premio della storia del Nobel ricompensa il primo ministro dell'Etiopia Abiy Ahmed per "la sua azione decisiva per risolvere il conflitto al confine con la vicina Eritrea" oltre a riconoscere il suo "impegno a favore della pace e della riconciliazione in Etiopia e nelle regioni orientali e nord-orientali dell'Africa", in qualità di mediatore in Sudan. In effetti, il conflitto ventennale combattuto a partire dal 1998 lungo il confine tra le due ex colonie italiane ha avuto ripercussioni negative sulla stabilità dell'intera regione del Corno d'Africa - in particolare in Somalia - satura di violenze e priva di diritti, ma geopoliticamente strategica.

La disfida tra Etiopia ed Eritrea

Si tratta di una crisi che in realtà risale alla fine della Seconda guerra mondiale, quando l'Onu stabilì che l'Eritrea fosse federata con l'Etiopia, mantenendo però la propria autonomia. Gradualmente il governo di Addis Abeba trasformò la federazione in una vera e propria annessione, che ebbe luogo nel 1962. Da allora seguirono 30 anni di scontri, che si conclusero nel 1991, quando il Fronte di liberazione del popolo eritreo (Fple), guidato dall'attuale presidente Isaias Afewerki, condusse il Paese all'indipendenza dall'Etiopia. Quattro giorni dopo l'entrata in Asmara dell'Fple, il 28 maggio 1991 cadde anche la capitale etiopica, liberata dal Fronte popolare per la liberazione del Tigray, spalleggiato dal fronte eritreo che era allora uno stretto alleato. 

Due anni dopo, il 27 aprile 1993, i risultati del referendum di autodeterminazione dissero che il 99,83% dei votanti aveva optato per la secessione e l'Etiopia fu il primo Paese a riconoscere l'indipendenza eritrea. Sembrava che si fossero risolti molti degli annosi problemi ereditati dal processo di decolonizzazione. Tuttavia, dopo decenni di rivalità, l'idillio tra Asmara e Addis Abeba durò pochissimo. Sette anni dopo, il 6 maggio 1998, una scaramuccia per un territorio da sempre conteso, la piana di Badme, di nessun valore né economico né strategico, innescò un conflitto devastante, portando alla luce tensioni accumulate negli anni.

La guerra, che provocò decine di migliaia di morti, si chiuse con un faticoso accordo, firmato ad Algeri nel dicembre del 2000. Ma il conflitto, di fatto, non si concluse mai e l'accordo non venne attuato. L'Etiopia, infatti, non riconobbe il verdetto della Corte arbitrale permanente dell'Aia, che, nel 2003, assegnò Badme all'Eritrea. Perciò non ritirò mai il suo esercito da quel territorio, né vi smantellò la sua amministrazione civile. Lungo il confine, per 18 anni un conflitto a bassa intensità proseguì, congelando l'area in una specie di "guerra fredda".

Durante tutto il periodo del conflitto è stata interrotta la connessione telefonica tra i due Paesi così come il traffico aereo e i collegamenti stradali con pesanti ripercussioni sia sulle popolazioni - centinaia di famiglie stabilite dalle due parti del confine sono state separate - che sull'economia delle due nazioni. 

Verso la pace

La svolta nei rapporti tra Addis Abeba e Asmara è stata resa possibile dall'arrivo alla guida del Paese il 28 marzo 2018, in sostituzione di Hailemariam Desalegn, del premier Abiy Ahmed, 43 anni, ex-militare, dell'etnia oromo - da sempre la più marginalizzata - leader della coalizione del Consiglio esecutivo del Fronte democratico rivoluzionario popolare dell'Etiopia (Fdrpe). Da subito Ahmed ha promesso la pace con l'Eritrea, oltre alla scarcerazione di migliaia di prigionieri politici per porre fine a frequenti proteste di piazza e alla liberalizzazione di alcuni settori strategici dell'economia. Nel giro di poche settimane Ahmed e il suo Fdrpe hanno intavolato trattative con il governo di Asmara e il presidente eritreo, Isaias Afeworki.

Al primo incontro storico tra i due si è arrivato l'8 luglio 2018, giorno in cui per la prima volta in 20 anni un primo ministro etiope e' stato accolto nella capitale eritrea. La foto dell'abbraccio tra Ahmed e Afeworki ha fatto il giro del mondo, simbolico dello scioglimento delle tensioni storiche tra le due ex colonie italiane. Nel corso dell'incontro al palazzo presidenziale, i due leader hanno firmato una dichiarazione di pace e amicizia per mettere la parola fine al conflitto, che stabilisce la piena accettazione e realizzazione dell'accordo di Algeri del 2000.

Nei mesi successivi alla riapertura dei canali diplomatici le comunicazioni telefoniche tra i due Paesi sono state ripristinate, sono ripresi voli aerei diretti tra le due capitali e le strade per i porti eritrei di Assab e Massaua sono state riaperte, consentendo all'Etiopia di avere nuovamente sbocchi al mare. In base agli accordi di pace Badme passa sotto l'autorità dell'Eritrea, ma la popolazione locale ha protestato, rivendicando l'appartenenza della città al territorio etiopico.

Un altro nodo riguarda gli afar eritrei contrari a cambiamenti sul loro territorio senza il loro consenso, in riferimento alla Dancalia, sul quale si trova il porto di Assab. Al di là di queste 'resistenze' pacificazione e riavvicinamento tra Etiopia e Eritrea stanno procedendo regolarmente. Qualche riflesso positivo si è registrato anche su un altro scenario: la Somalia, dove da tempo Eritrea ed Etiopia stavano combattendo una guerra 'nascosta'. Asmara veniva accusata di sostenere i ribelli jihadisti di al-Shabaab che attaccavano le forze di pace della missione africana (Amison, conclusa lo scorso giugno), di cui faceva parte l'Etiopia.

Peraltro, gli osservatori fanno notare che è il secondo anno consecutivo che il Nobel per la Pace viene assegnato ad una personalità africana. Nel 2018, pochi mesi dopo la sua visita in Italia, il premio è andato al ginecologo congolese Denis Mukwege, che nel suo Panzi Hospital di Bukavu accudisce le donne vittime di stupri e violenze di guerra nell'est della Repubblica democratica del Congo.