La pandemia da Covid-19 è il più grande esperimento psicologico della storia

Di Enrico Pitzianti
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Photo credit: CHRISTOPHE ARCHAMBAULT - Getty Images
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La pandemia riguarda tutti: sono 171 i paesi con almeno mille casi di infezione accertati, cioè il 90% di tutti i paesi al mondo. È comprensibile, quindi, che le energie economiche e sanitarie ora siano concentrate nel fronteggiare i danni più diretti della circolazione del virus, come curare i malati, cercare di tracciare e frenare i contagi e tentare soluzioni economiche per evitare che crescano fallimenti e povertà. Sul lungo periodo, però, le conseguenze della pandemia con tutta probabilità saranno anche quelle dei disturbi psicologici.

Durante la prima ondata pandemica, nel periodo tra febbraio e aprile scorsi, circa 2,6 miliardi di persone si trovavano in condizioni restrittive più o meno severe. Un lockdown di queste dimensioni non si era mai verificato nella storia della specie umana, ed è per questo che Elke Van Hoof, ricercatore e psicologo della Vrije Universiteit Brussel, ha definito quelle settimane come “il più grande esperimento psicologico mai condotto”.

Le conseguenze della pandemia sulla psiche sono varie, l’aumento di stress è quella più facilmente prevedibile, ma quali sono le dimensioni del problema? Stando a quanto afferma Nancy Sin, psicologa e ricercatrice all’Università della British Columbia, abbiamo a che fare con “una forma di stress diversa da tutte le altre, perché non riguarda soltanto un singolo campo della vita”, “le persone stanno avendo a che fare con le proprie relazioni o problemi familiari, con i cambiamenti nel lavoro e nella propria situazione economica, oltre che con la salute”. Alcuni studi condotti su larga scala in Cina, la prima nazione ad aver affrontato l’ondata pandemica, parlano del 35% delle persone che hanno subito stress psicologico. Cioè diversi milioni di persone.

Un’altra delle differenze di questo tipo di stress, rispetto a quello con cui si aveva a che fare nel periodo precedente alla pandemia, è che nella popolazione anziana solitamente c’è un livello di stress emotivo più limitato, questa volta invece no. “Durante questa pandemia gli anziani non hanno la forza emotiva, legata all’età, che normalmente osserviamo” afferma Sin, che studia proprio gli effetti della pandemia in corso sulla psicologia degli anziani, con un campione che comprende 64 mila persone. Il motivo per cui anche gli anziani sono sottoposti a forte stress potrebbe non essere legato alla condizione economica, sentimentale o lavorativa come accade per i più giovani, semmai alla paura della malattia, che colpisce chi è avanti con l’età in modo più duro e innesca quindi paura per sé e per i propri amici, partner e coetanei.

Photo credit: TIZIANA FABI - Getty Images
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Se la percentuale di persone che soffrono psicologicamente per la pandemia, e le conseguenti misure restrittive, è così ampia la domanda che si pone è: quanti di questi “resistono” con successo al malessere e quanti invece ne subiranno le conseguenze sviluppando dei veri e propri problemi con effetti prolungati? George Vaillant, psichiatra dell'Università di Harvard, sostiene che circa due terzi delle persone che stanno soffrendo psicologicamente saranno in grado di riprendersi in modo completo. Si tratta di una capacità di ripresa a cui spesso ci si riferisce col termine ombrello di “resilienza”. L’altro terzo, però, potrebbe andare incontro a un vasto spettro di disturbi, da quello post traumatico (tipico di chi è stato in guerra e conosciuto con il nome di PTSD) ai disturbi d’ansia di varia entità, fino alla depressione.

Nonostante la maggioranza saprà riprendersi dallo stress emotivo, i numeri sono tali che la quantità di disturbi mentali e psicologici nei prossimi mesi e anni sarà comunque di dimensioni importanti, e forse difficili da gestire. Sono circa 1,5 milioni le famiglie che hanno perso un proprio caro per via della Covid-19, e sono ben 60 milioni coloro che sono stati positivi al virus. Ma, come dicevamo poco fa, i numeri più imponenti sono quelli dell’isolamento e della solitudine: 2,6 miliardi di persone sottoposte ai vari tipi di restrizioni sono più di tutta la popolazione presente durante la Seconda guerra mondiale. Ma, a coloro che hanno subito restrizioni di qualche sorta bisogna aggiungere chi ha mantenuto la propria libertà di circolazione e ciononostante sta subendo, o lo farà in futuro, lo strascico di stress derivante dalla paura di perdere il posto di lavoro, di perdere i propri cari o causato dalla continua incertezza su quando la pandemia finirà.

Non tutte le categorie sociali sono ugualmente investite dallo stress e la pressione psicologica. Come ha scritto la giornalista scientifica Jillian Mock il personale medico e paramedico non sta soltanto rischiando la propria vita perché a contatto diretto con le infezioni da nuovo coronavirus, sta anche subendo enormi conseguenze sul piano della salute mentale. A questo proposito c’è un dato eloquente: le morti per suicidio tra i professionisti del campo medico che stanno nella cosiddetta “prima linea”.

Le conseguenze sui più giovani

Sappiamo che l'infezione da nuovo coronavirus fa meno danni a chi è più giovane, ma questo non si può dire per le conseguenze psicologiche, che potrebbero dimostrarsi come quelle a più lungo termine. Quest’anno di chiusure e distanziamento sociale, infatti, avrà ricadute importanti e durature sulla psicologia dei più piccoli, coloro che si formano non sui libri, ma attraverso il gioco, l’attività motoria e il contatto con i propri coetanei. Come messo in evidenza da un recente studio i traumi e gli abusi familiari sono aumentati. La scuola in presenza infatti ha anche questo compito, quello di riunire i più giovani in un contesto sicuro e neutro, dove le differenze sociali ed economiche vengono il più possibile appianate.

Tra i fattori che fanno prevedere conseguenze psicologiche a lungo termine per i giovani ci sono alcuni studi, compreso uno dell’OCSE, che indicano come la didattica a distanza (che in questo articolo avevamo provato a capire se e come funziona in Italia) sarebbe la causa determinante di un calo nell’apprendimento e un conseguente abbassamento della qualità della vita delle giovani generazioni.

Un altro fattore che partecipa al malessere psicologico dei più piccoli è l’impossibilità di socializzazione, utile sia per la formazione psicologica che per quella sentimentale e scolastica. L’abbassamento della qualità dell’apprendimento avrà effetti a lungo termine non solo sulla psicologia dei giovani e dei giovanissimi, ma anche sulle loro prospettive economiche e sulla loro aspettativa di vita. Questi sono i dati più interessanti: la riduzione dell’apprendimento potrebbe costare alle future generazioni il 2,6% in meno dei guadagni futuri per tutta la vita lavorativa. Come scrivono i ricercatori Flamini, Basso e Gandini “i modelli di crescita economica permettono di stimare un calo del PIL dell’1,5% fino alla fine del secolo, a causa della riduzione del livello di istruzione della forza lavoro".

Come si legge nelle conclusioni di uno studio recentemente pubblicato dalla rivista scientifica JAMA “la mancata istruzione nel corso del 2020 potrebbe essere associata a circa 5,53 milioni di anni di vita persi. Questa perdita in termini di aspettativa di vita è probabilmente superiore a quella che si sarebbe osservata se le scuole elementari fossero rimaste aperte e avessero portato a un'espansione della prima ondata della pandemia”.