La pandemia, il grande detonatore su governo e Quirinale

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Italy's Prime Minister, Mario Draghi leaves after addressing a press conference at the end of the G20 of World Leaders Summit on October 31, 2021 at the convention center
Italy's Prime Minister, Mario Draghi leaves after addressing a press conference at the end of the G20 of World Leaders Summit on October 31, 2021 at the convention center

Se la manovra è un terreno molliccio, che risente del “grande gioco” del Quirinale, la pandemia rischia di essere un grande detonatore. Giovedì a palazzo Madama è andata in scena una processione dal ministro dei Rapporti col Parlamento Federico D’Incà, ogni volta che il governo è andato sotto. E la litania era sempre la stessa: “Se il capo del governo fa capire che vuole andare al Colle, l’effetto è di liberi tutti nella maggioranza”. Certo che la Finanziaria si farà, in fondo è una confusione che c’è sempre stata, ma la sovrapposizione dei piani sta già producendo i suoi effetti, in termini di sfilacciamento politico.

E c’è un motivo se ministri che con Draghi hanno rapporti opposti, chi come Giorgetti ottimo, chi come Franceschini pessimo, sono arrivati alla stessa conclusione nei loro ragionamenti. E cioè che, avanti così, il premier rischia di rimanere incastrato a palazzo Chigi. Le ragioni sono nei numeri del Iss, che, nel fotografare la progressione dei contagi, fissano l’ora delle scelte tra una ventina di giorni, quando l’Italia tornerà colorata. E i petali della rosa, a quel punto, non sono poi così tanti: misure che stringono per tutti, misure che stringono solo per i non vaccinati, obbligo vaccinale, quartum non datur. Se oggi si può solo intervenire sul Green Pass, di fronte alle limitazioni dei colori c’è un sentiment nel paese da affrontare, quello di chi dice “che mi sono vaccinato a fare se poi siamo come prima?”, sentiment che ha un rischio incorporato: proiettare la sfiducia sulla campagna vaccinale.

Per ora Draghi tiene il punto con una certa fermezza perché non c’è l’emergenza degli altri paesi europei, frutto anche di una campagna di vaccinazione meglio riuscita, però già si ravvisano i segnali di un assedio sulle prossime misure. Se lo squillo di tromba del Pd, per Bocca dell’ex ministro Francesco Boccia e di Forza Italia riguarda l’“obbligo vaccinale”, a destra risponde uno squillo di segno radicalmente opposto. Proprio Massimiliano Fedriga, nei giorni scorsi fautore anche di un lockdown per i non vaccinati, adesso lo esclude, escludendo al tempo stesso l’obbligo vaccinale. La linea è “restrizioni”, segno probabilmente di un riallineamento alle posizioni di Salvini, sia pur parziale. Ecco, sono già i prodromi di un conflitto duro, nel quale sarà complicato non scegliere: “Quello sarà il vero inizio partita – dice un ministro a microfoni spenti – per capire anche il destino di Draghi, il Quirinale e il governo”.

Ed è forse questa consapevolezza ad animare una cautela enorme a palazzo Chigi, dove alberga per ora lo scetticismo su ulteriori restrizioni. Animato da ragioni che attengono alla tenuta sociale del paese, perché il rischio è proprio quello di cementare il vasto mondo no vax con norme che possano apparire discriminatorie. E poi, si dice, si fa presto a dire “obbligo vaccinale”, ma ci sarà una ragione se nessuno l’ha fatto, neanche chi sta peggio di noi che attengono alla natura delle sanzioni, essendo difficilmente immaginabile un Tso per milioni di italiani o l’impossibilità di non andare a votare.

Però per i maligni questa fermezza riguarda anche la necessità di evitare strappi con la destra, finché possibile, e ci risiamo col Colle. Contrariamente alla retorica che ci sono i partiti che mettono le bandierine e il premier che decide, la verità è che, in questa fase, Draghi è molto sensibile alle esigenze dei partiti e delle loro constituency, come nel caso dei balneari, a proposito dei quali è stata scritta una “norma ponte” da inserire in manovra dopo il pronunciamento del Consiglio di Stato, arrivato dopo il rinvio del decreto concorrenza, vissuto come penalizzante per la categoria. Ed è la stessa ragione per cui, pur non essendo stato accettato il “patto con i partiti” sulla manovra proposto da Enrico Letta, ancora non è stato scritto il maxi-emendamento per destinare la riduzione delle tasse, tra chi vuole l’Irpef e chi l’Irap.

La sensazione è quella del più classico “imbuto”, in cui tutti i piani si intrecciano in un varco stretto. Perché, c’è poco da fare, la politica la testa ce l’ha lì, al Colle, in attesa che il Covid suoni la sveglia per tutti. La misura è proprio la svolta di Giorgia Meloni che, nella settimana in cui ha rifiutato l’appello della Le Pen perché troppo moderata, si è proposta come grande elettrice di Draghi al Colle scaricando Berlusconi, per tutta una serie di ragioni che vanno dal retropensiero di elezioni anticipate al calcolo che, con una figura così legittimante lassù, possa ricevere l’incarico a formare un governo quando vincerà le elezioni. Insomma, ci risiamo, è tornata la grande incertezza perché al centro dell’imbuto c’è solo Draghi, dopo l’uscita di scena (per ora?) di Mattarella. È su di lui che si concentra la pressione del piano di governo, in un momento eccezionale, e del Colle. Di cui fa parte anche il rischio che si logori il primo e non raggiunga il secondo.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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