La parabole di Francesco

"Come Gesù, Francesco parla ma anche agisce in parabole”. Parte da questa constatazione il libro “C'era un vecchio gesuita furbaccione”, un agile volumetto di 200 pagine edito dalle Paoline. Comprende “100 + 10 parabole”, e che 
raccoglie alcuni tra i racconti più vivi usati da Papa Francesco nella predicazione, a supporto del suo magistero narrativo, a similitudine delle parabole di Gesù".

Il titolo evoca l'introduzione fatta da Francesco a uno degli episodi (quello del rettore di un collegio che per far calmare un troppo vivace ragazzino ebreo iscritto alla scuola gli indica il crocifisso spiegando: "attento, anche lui era ebreo!") usati nella sua predicazione a modo di esempi, ma chiaramente si riferisce allo stesso Bergoglio, che ormai è “un vecchio gesuita”, e che nella mega-intervista a padre Spadaro pubblicata il 19 settembre 2013, disse tra l'altro: “Posso dire che sono un po' furbo,  so muovermi”. 
"Crediamo di poter dimostrare - spiegano gli autori, il decano dei vaticanisti Luigi Accattoli, e il più giovane ma non meno arguto Ciro Fusco - che gli esempi del Papa costituiscono la forma più contagiosa con cui egli propone il ritorno al Vangelo. Le parabole gli servono per farsi capire, ma anche per scuotere e per dire qualcosa quando non può dire tutto". 

La puzza come elemento salvifico

Un esempio molto significativo di questo modo di esprimersi riguarda l'odore delle persone come testimonianza della fisicità del messaggio cristiano, che sempre deve incarnarsi nella vita. Spesso Francesco ha invitato vescovi e preti a non vivere "come principi" ma ad essere "pastori con l'odore delle pecore".

Una volta ha fatto anche di più elevando la puzza dei piedi quasi ad elemento salvifico. “Alcuni giorni fa - ha raccontato all'udienza generale del 26 ottobre 2017 - è successa una storia piccolina, di città. C'era un rifugiato che cercava una strada e una signora gli si avvicinò e gli disse: ‘Ma, lei cerca qualcosa?'. Era senza scarpe, quel rifugiato. E lui ha detto: ‘Io vorrei andare a San Pietro per entrare nella Porta Santa'. E la signora pensò: ‘Ma, non ha le scarpe, come farà a camminare?'. E chiama un taxi. Ma quel migrante, quel rifugiato puzzava e l'autista del taxi quasi non voleva che salisse, ma alla fine l'ha lasciato salire sul taxi. E la signora, accanto a lui, gli domandò un po' della sua storia di rifugiato e di migrante, nel percorso del viaggio: dieci minuti per arrivare fino a qui. Quest'uomo raccontò la sua storia di dolore, di guerra, di fame e perché era fuggito dalla sua Patria per migrare qui. Quando sono arrivati, la signora apre la borsa per pagare il tassista e il tassista, che all'inizio non voleva che questo migrante salisse perché puzzava, ha detto alla signora: “No, signora, sono io che devo pagare lei perché lei mi ha fatto sentire una storia che mi ha cambiato il cuore'. Questa signora sapeva cosa era il dolore di un migrante, perché aveva il sangue armeno e conosceva la sofferenza del suo popolo. Quando noi facciamo una cosa del genere, all'inizio ci rifiutiamo perché ci dà un po' di incomodità, ‘ma … puzza …'. Ma alla fine, la storia ci profuma l'anima e ci fa cambiare. Pensate a questa storia e pensiamo che cosa possiamo fare per i rifugiati".

"E l'altra cosa - ha continuato il Papa - è vestire chi è nudo: che cosa vuol dire se non restituire dignità a chi l'ha perduta? Certamente dando dei vestiti a chi ne è privo; ma pensiamo anche alle donne vittime della tratta gettate sulle strade, o agli altri, troppi modi di usare il corpo umano come merce, persino dei minori. E così pure non avere un lavoro, una casa, un salario giusto è una forma di nudità, o essere discriminati per la razza, o per la fede, sono tutte forme di ‘nudità', di fronte alle quali come cristiani siamo chiamati ad essere attenti, vigilanti e pronti ad agire”. Arrivando a Napoli il 22 marzo 2015, nella prima tappa che era a Scampia, il Papa lanciò invece un anatema contro il malcostume politico gridando: "la corruzione puzza!". Insomma l'odore è centrale nel suo insegnamento mentre mai i suoi predecessori avevano utilizzato questa categoria e anzi, a volte, vescovi e preti sembrano piuttosto preoccupati di correggere con profumi e deodoranti il proprio odore. 

Il nonno che sporca la tavola e il giovane che si pavoneggia in talare

Atteggiamenti effeminati che Bergoglio non ama. Il Papa ai suoi confratelli vescovi e preti proprio non fa sconti, soprattutto quando come i farisei caricano sugli altri pesi che loro stessi non sono disposti a portare, creando quelle ingiuste "dogane pastorali" che alla fine di fatto impediscono a molti di ricevere i sacramenti. Ma sono proprio gli atteggiamenti clericali ad essere massacrati dal Papa. “Con la rigidità c'è pure la mondanità. Un sacerdote mondano, rigido, è uno insoddisfatto perché ha preso la strada sbagliata. E' successo tempo fa: è venuto da me un anziano  monsignore della curia, che lavora, un uomo normale, un uomo buono, innamorato di Gesù, e mi ha raccontato che era andato all'Euroclero (negozio di abiti ecclesiastici e paramenti sacri a Roma, via del Sant'Uffizio) a comprarsi un paio di camicie e ha visto davanti allo specchio un ragazzo – lui pensa non avesse più di venticinque anni, che fosse un prete giovane o uno che stava per diventare prete – con un mantello grande, largo, con il velluto, la catena d'argento e si guardava. E poi ha preso il ‘saturno', l'ha messo e si guardava: un rigido mondano.  Quel sacerdote anziano – è saggio quel monsignore, molto saggio – è riuscito a superare il dolore con una battuta di sano umorismo e ha aggiunto: E poi si dice che la Chiesa non permette il sacerdozio alle donne. Il mestiere che fa il sacerdote quando diventa funzionario, finisce nel ridicolo, sempre”, ha detto il Papa nell'omelia a Santa Marta, del 9 dicembre 2016. 

Da Papa Francesco arriva ogni giorno attraverso le sue parabole un invito rivolto a tutti e non solo ai preti all'autoconsapevolezza prima ancora che all'autocritica. 

“C'era un nonno - ha raccontato nell'incontro con i giovani e le famiglie a Napoli, quello stesso 21 marzo 2015 - che abitava con il figlio, la nuora e i nipotini. Ma il nonno invecchiò e alla fine, poverino, quando mangiava, prendeva la zuppa e si sporcava un po'. Un giorno il papà ha deciso che il nonno non avrebbe più mangiato alla mensa della famiglia perché non era una bella figura, non potevano invitare gli amici. Ha fatto comprare un tavolino e il nonno mangiava in cucina da solo. La solitudine è il veleno più grande per gli anziani. Un giornoil papà torna dal lavoro e trova il figlio di quattro anni che ta giocando con il legno, i chiodi e un martello. E gli dice: ‘Ma cosa fai?' ‘Un tavolino, perché quando tu diventi anziano, potrai mangiare lì!. Quello che si semina, si raccoglie!”. 

Un magistero assolutamente originale

“E' significativo - nota Ciro Fusco nella sua interessante analisi - che la stragrande maggioranza siano state enunciate nel corso di omelie durante le messe, prevalentemente nella celebrazione mattutina presso Santa Marta, nelle predicazioni di altre cerimonie religiose e nel corso di incontri, dove con questa espressione sono da intendersi le udienze a gruppi particolari o i discorsi ad assemblee e raduni specifici”. Se ne ritrovano, “con una certa frequenza”, anche nelle interviste giornalistiche. Invece le parabole sono poco utilizzate nelle udienze generali del mercoledì e negli Angelus/Regina Coeli della domenica; ancora meno nei testi magisteriali (una sola volta in Amoris laetitia 119). Se ne può trarre una deduzione: “Francesco inserisce le parabole nel contesto di allocuzioni pubbliche, davanti a interlocutori in carne ed ossa, molto spesso parlando a braccio”.

Uno stile quello del Papa che i due autori suggeriscono a tutti i pastori di imitare. “Uno degli sforzi più necessari è imparare ad usare immagini nella predicazione, vale a dire parlare parlare per immagini. A volte si utilizzano esempi per rendere più comprensibile qualcosa che si intende spiegare, però quegli esempi spesso si rivolgono solo al ragionamento; le immagini, invece, aiutano ad apprezzare e ad accettare il messaggio che si vuole trasmettere (…) Altra caratteristica è il linguaggio positivo. Non dice tanto quello che non si deve fare, ma piuttosto propone quello che possiamo far meglio” narrazione bergogliana ha un obiettivo fondamentale: “Scuotere gli uditori”. 

Nelle parabole ‘narrate' Luigi Accattoli individua parallelismi tra Gesù e Bergoglio. Un solo esempio basta: “Il ruolo svolto dalla cavalcatura del samaritano che porta l'uomo ferito e mezzo morto alla locanda (Luca 10) è ora affidato al taxi sul quale una signora fa salire un rifugiato senza scarpe (parabola 65). 

Le parabole bergogliane non sono però solo quelle ‘narrate', ma quelle “vissute e attualizzate, che sono numerose e significative almeno quanto quelle narrate” e che si potrebbero definire come “atti con una loro concretezza e novità, che hanno come protagonista il Papa in persona e sono svolti con finalità di insegnamento”. Un esempio: “Battezza la bambina di una coppia sposata civilmente (12 gennaio 2014) ed è parabola vissuta che completa le parabole narrate che dedica alle dogane pastorali imposte a chi vive in situazione irregolare”. Un altro: “Visita la moschea di Bangui che raggiunge avendo come ospite l'imam sulla papamobile (29 novembre 2015)”. Un altro ancora: “Incontra in un appartamento romano un gruppo di preti che hanno lasciato il ministero e si sono sposati (11 novembre 2016) e lo fa perché ‘questi spretati sono guardati con disprezzo' ”. Atti come quest'ultimo “dicono – rileva Accattoli – misericordia verso gli irregolari o i feriti dalla vita”. Di più: “Se si attua una compiuta ermeneutica si può notare come essi alludano a possibili cambiamenti del diritto o della prassi o a una nuova interpretazione degli stessi”. Ed è qui il punto fondamentale, perché “Francesco, con la sua parabola vissuta, ci provoca a guardare oltre ogni norma escludente”.