La pena in bianco. Nel limbo degli internati nelle case di lavoro

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(Photo: Image Source via Getty Images)
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Antonio era uscito dal carcere da quattro anni. Alle spalle aveva una serie di reati, non gravissimi, ma che sommati uno all’altro facevano di lui quello che categorie vecchie, “lombrosiane, borboniche” - per citare l’avvocato Michele Passione, che conosce bene la materia - definiscono delinquente abituale. Le cose, però, per lui stavano cambiando. Aperte le sbarre della prigione, ricominciava la vita. Antonio aveva un lavoro, era innamorato. Con la sua compagna aspettavano un bambino. Di punto in bianco tutto si stravolge. Invece di guardare al futuro, Antonio ripiomba nel passato. E non perché viene accusato di reati nuovi. Ma quel marchio, “delinquente abituale”, diventa per lui un macigno quando si vede notificare un provvedimento: “Resti un delinquente, sarai rinchiuso per due anni in una casa di lavoro”. Non era questo il virgolettato del documento, ma questo il senso. E pazienza se c’era un figlio in arrivo, se Antonio stava cercando di lasciarsi alle spalle quel passato di errori. Se un lavoro lo aveva trovato. La procura chiede, il magistrato di sorveglianza in questo caso risponde sì, e a pesare sul suo presente non è la vita nuova che provava a costruirsi ma la sua fedina penale, indubbiamente già macchiata.

Antonio - nome di fantasia - oggi è uno dei 54 internati della casa di lavoro di Aversa, una delle strutture in cui possono essere mandate le persone che hanno già scontato una pena, ma che vengono considerate socialmente pericolose e quindi viene data loro una misura di sicurezza. Dovrebbero essere luoghi di rieducazione e risocializzazione ma, nei fatti non lo sono. “Gli internati sono detenuti veri e propri, per lo più invisibili. Non hanno relazioni con l’esterno, nessun diritto all’affettività”, accusa il garante dei detenuti della Regione Campania, Samuele Ciambriello

Si può rimanere prigionieri oltre la pena? Si può, per legge. Per una norma - l’articolo 216 del codice penale - che qualcuno considera obsoleta, altri addirittura incostituzionale, eppure e lì, un po’ dimenticata nelle pieghe di un sistema che fatica a rincorrere tutte le sue falle. E riguarda circa 340 persone, gli internati nelle case di lavoro. Sono pochi, spesso soli, senza famiglia, senza nessuno che possa accoglierli durante i possibili permessi giornalieri. E per questo dimenticati. Arrivano sostanzialmente sempre dagli stessi posti, perché ci sono magistrati di sorveglianza che nella pratica non danno più questa misura, perché non la considerano utile, e altri che invece la usano sistematicamente.

Quelli sottoposti a misura di sicurezza sono soggetti che, pur avendo già scontato una pena e non avendo commesso altri reati, sono considerati ancora un pericolo per la società. Non solo ex detenuti al 41 bis, mafiosi o terroristi, ma anche, per la maggior parte, gente che ha alle spalle vari reati e viene ritenuta non adatta a vivere in società. Il più delle volte sono soggetti con un passato di delinquenza, certo, ma che per motivi di salute mentale o di provenienza sono sempre stati ai margini della società. A guardarle bene, insomma, le case di lavoro più che luoghi con cui accompagnare un ex detenuto verso il ritorno alla quotidianità diventano un limbo dove si raccoglie la marginalità. Tra l’indifferenza, e la superficialità, del resto del mondo.

“Non sono case né offrono lavoro”: le contraddizioni di un istituto antico

Le strutture di questo genere sono poche in Italia. Tra istituti indipendenti e sezioni all’interno delle carceri le troviamo ad Aversa, Vasto, Castelfranco Emilia, Biella. Trentacinque internati sono poi in Sicilia. In Sardegna c’è qualcosa di simile: la colonia agricola di Isili. Risponde alla stessa logica, ha gli stessi problemi. A dispetto del nome, nella pratica sono in pochi gli internati a cui viene dato un lavoro vero. In molti casi, anche chi è in qualche modo occupato svolge solo lavori all’interno delle mura in cui vive. Che poco servono alla risocializzazione. E allontanano la prospettiva di uscire. Di lasciarsi alle spalle le sbarre. Perché sì, anche se non dovrebbe essere un carcere, le sbarre spesso ci sono anche in queste strutture. “Non sono né case, né offrono lavoro”, accusa ancora Ciambriello.

In passato si correva il rischio di rimanere internati anche per un tempo indefinito. Le cose sono cambiate nel 2014: è stato stabilito che la permanenza in una casa di lavoro non può essere superiore al periodo massimo di pena previsto per il reato che il soggetto aveva commesso. Se non altro almeno ora c’è un limite, ma il rischio paradosso è dietro l’angolo: “Poniamo il caso che una persona abbia commesso un reato che, secondo il codice penale, può essere punito con un massimo di otto anni - ci spiega l’avvocato Passione - ma a lei venga assegnata una pena di tre anni. Dopo i tre anni passati in carcere potrà essere mandato in una casa di lavoro per un periodo massimo di otto anni. Più del doppio della pena effettiva che aveva ricevuto”.

Di recente anche la corte Costituzionale si è occupata delle case di lavoro: ha stabilito che agli internati può essere applicato il 41 bis, anche se, nel rispetto “dei principi di ragionevolezza e di finalità educativa”, deve essere loro consentito di lavorare. “In sostanza la corte dice che siccome per gli internati i divieti e le prescrizioni del 41 bis non sono così necessarie, il regime può essere applicato anche a loro, ma un po’ meno”, spiega Passione. Il che è costituzionale, dice il giudice - e la sua decisione ha lasciato molte perplessità - ma come si traduce nella pratica? “Viene stabilito che per le case di lavoro il magistrato di sorveglianza può revocare il 41 bis stabilito per decreto dal ministro, ma da quali elementi il magistrato trae la fine della pericolosità? A me sembra che con questa sentenza si siano voluti chiudere gli occhi davanti alla realtà. E rimettere tutto alla discrezionalità del direttore della struttura e del magistrato di sorveglianza”, continua l’avvocato.

Gli internati al lavoro tra l’archivio di Stato e la Caritas: l’eccezione Aversa

Spesso il lavoro manca, qualche volta lo si crea. È il caso di Aversa, dove è stato siglato un protocollo per occupare 20 dei 54 internati. “Sette di loro - ci spiega Ciambriello, che si è occupato in prima persona di questo progetto e ha anche donato alcuni strumenti utili al lavoro - per sei mesi si occuperanno della catalogazione delle materiale dell’ex Opg di Napoli, in collaborazione con l’archivio di stato. Altri cinque faranno lavori di pulizia e giardinaggio, altri ancora, con la Caritas, si occuperanno degli orti sociali”. Non è solo un modo per trascorrere il tempo e avere un minimo di entrate a fine mese. È anche il primo passo per portare queste persone verso l’uscita. Perché il giudice quando valuta la revoca della misura di sicurezza deve avere degli elementi da analizzare. E se queste persone sono costrette a trascorrere le loro giornate senza fare nulla difficilmente riusciranno a dimostrare di essere cambiate, di non costituire un pericolo per la società. Il lavoro non è tutto e non può essere considerato unico strumento di rieducazione. Ma almeno può essere uno degli strumenti per tirare queste persone fuori dal limbo e allontanarle da un passato di errori.

Il garante dei detenuti della Campania, Samuele Ciambriello, ha donato alcuni pc alla casa di lavoro di Aversa per il progetto sulla catalogazione del materiale dell'ex Opg di Napoli (Photo: Garante dei detenuti della Campania)
Il garante dei detenuti della Campania, Samuele Ciambriello, ha donato alcuni pc alla casa di lavoro di Aversa per il progetto sulla catalogazione del materiale dell'ex Opg di Napoli (Photo: Garante dei detenuti della Campania)

“Ne ho visti tanti entrare e uscire”: il racconto di Don Silvio, cappellano della casa di lavoro di Vasto

“Ogni anno ne ospitiamo dieci, nel momento più delicato, quello della libertà vigilata, propedeutico alla revoca della misura di sicurezza. Ma quotidianamente passano nella nostra Fattoria tanti internati che altrimenti, non avendo un posto dove andare, non riceverebbero permessi giornalieri. Ne ho visti così tanti entrare e uscire”. Don Silvio Santovito ha perso il conto di quanti internati ha accolto nella sua Vita Felice, una fattoria sociale messa in piedi a Casalbordino, a pochi chilometri da Vasto. Ma di una cosa va fiero: “Tutti quelli che, a partire da sei anni fa, abbiamo tenuto con noi per dodici mesi, hanno ottenuto la revoca della misura di sicurezza. Alcuni hanno trovato un’occupazione, ciascuno di loro è finalmente lontano dalla casa di lavoro”. Cappellanno a Vasto - la casa di lavoro più popolosa d’Italia, prima del Covid ospitava 150 persone, ora un’ottantina - tutti i giorni prova a rendere la vita degli internati meno dura. A dare loro - se stranieri, senza famiglia o impossibilitati a tornare nel contesto da cui provengono - un tetto durante i permessi. Ad avviarli verso una nuova prospettiva: “Sa, a volte viene vissuto meglio il carcere della casa di lavoro”, ci racconta poco dopo essere uscito dalla struttura. La voce calma, tanta voglia di spiegare: “Perché il detenuto sa che sta scontando una pena per un reato commesso. L’internato invece è lì senza processo. Loro lo chiamano ‘ergastolo in bianco’, perché non sanno quante volte la misura di sicurezza sarà prorogata. Per questo motivo il loro cammino non è sereno”. Cosa può fare un parroco con la sua fattoria? Piccoli grandi gesti, che significano tantissimo: “Proviamo ad aiutare i più fragili, quelli che non hanno famiglia, e i più deboli, anche da un punto di vista psichiatrico. Diamo loro il nostro tetto, il cibo, proviamo ad aiutarli ad ottenere un sussidio se ne hanno diritto”. Storie ne ha viste e sentite tante Don Silvio, ce ne racconta una che le racchiude tutte: “Con noi ora c’è un signore di 60 anni, entrato in carcere per la prima volta da minorenne ha trascorso in galera quasi 40 anni di vita. Chiaramente ha perso i contatti con la sua famiglia, non ha legami, né introiti, non c’è nulla che si muovo intorno alla sua vita. Quello che possiamo fare noi è garantirgli qualche momento al di fuori dalla casa di lavoro”. A questo punto la voce di Don Silvio assume toni amari: “La verità è che queste persone campano nell’indifferenza del mondo. Hanno sbagliato, certo, ma per lo più vengono da un contesto di sofferenza, anche infantile. Ancora oggi, nel 2021, sono internate persone che non sanno né leggere né scrivere”. L’impressione del parroco, che vive questa realtà ogni giorno è che “nessuno abbia interesse a tirare fuori queste persone dalle strutture”.

Don Silvio Santovito con gli animali alla Fattoria Vita Felice, che accoglie gli internati della casa di lavoro di Vasto (Photo: Fattoria Vita Felice)
Don Silvio Santovito con gli animali alla Fattoria Vita Felice, che accoglie gli internati della casa di lavoro di Vasto (Photo: Fattoria Vita Felice)

Un sistema da superare

Chiunque si sia mai approcciato al tema concorda sul fatto che questi istituti ad oggi siano del tutto inutili, se non addirittura dannosi. “Più volte è stata proposta l’eliminazione di queste strutture che dovrebbero essere qualcosa di diverso dalla galera, garantire una discontinuità rispetto al prima, ma nei fatti diventano qualcosa di estremamente simile alla detenzione”, racconta ad Huffpost Alessio Scandurra di Antigone. Qualche anno fa, con l’associazione che si occupa di carceri e diritti dei detenuti, ha visitato la casa di lavoro di Vasto. Racconta di aver visto tra gli internati “tanto disagio mentale, non diagnosticato, né certificato”. “Uno immagina - ci spiega - che gli internati siano i ‘peggiori criminali’, quelli che hanno commesso reati più gravi. La verità è che in queste strutture finiscono le persone che potenzialmente hanno più difficoltà a riadattarsi alla società. Non si guarda al pericolo qualitativo, non al boss che ha scontato tanti anni e il giudice ritiene sia ancora pericoloso, ma al pericolo quantitativo. E così nelle case di lavoro spesso si trovano “piccoli delinquenti da strada”, spesso di una certa età, con una storia non solo di criminalità ma anche di sofferenza e disagio”. Quanto alla possibilità di rieducare solo con il lavoro, Scandurra non ha dubbi: “Non è il lavoro, che poi spesso neanche c’è, a curare. Pensare che si risolva tutto così, tenendo poi una persona fuori dai ritmi della quotidianità è un’idea d’altri tempi”.

Quali soluzione, allora, per chi viene ritenuto socialmente pericoloso dopo la pena? “Io credo che la casa di lavoro come misura di sicurezza vada abolita - conclude Scandurra - non esiste un’unica ricetta, ma una delle possibilità sarebbe data da una maggiore opportunità formativa ed educativa all’interno delle carceri, prima che la pena finisca. A ciò dovrebbe essere affiancato un percorso psicologico più efficace”. Per il garante Ciambriello “bisogna avere il coraggio di andare oltre queste strutture, pensando per loro luoghi non detentivi”. Delle case di accoglienza dove sia consentito, a chi può, di non tagliare i ponti con la famiglia, né col resto del mondo. La pensa così anche Don Silvio Santovito: “Così com’è concepita, questa misura rischia di essere una partita persa”. La Società della ragione sta lavorando a una proposta di legge per l’abolizione delle case di lavoro. Un altro tentativo di porre fine a un istituto anacronistico che - lo pensa chi ha toccato con mano questa realtà - andrebbe cancellato.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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