La persistenza del fascismo nel teatro politico

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COMO, ITALY - MAY 02:   A photo of Benito Mussolini is displayed during ceremony for the death of Italian dictator Benito Mussolini and his mistress, Claretta Petacci in front of a headstone of the place where they were executed, on May 2, 2021 in Como, Italy. Benito Mussolini founded and led the National Fascist Party. He served as Prime Minister from 1922 until 1943 when he was removed during the Italian Civil War. He was executed on 28 April 1945.  (Photo by Pier Marco Tacca/Getty Images) (Photo: Pier Marco Tacca via Getty Images)
COMO, ITALY - MAY 02: A photo of Benito Mussolini is displayed during ceremony for the death of Italian dictator Benito Mussolini and his mistress, Claretta Petacci in front of a headstone of the place where they were executed, on May 2, 2021 in Como, Italy. Benito Mussolini founded and led the National Fascist Party. He served as Prime Minister from 1922 until 1943 when he was removed during the Italian Civil War. He was executed on 28 April 1945. (Photo by Pier Marco Tacca/Getty Images) (Photo: Pier Marco Tacca via Getty Images)

In Italia, come “Dio”, indicato con le bombolette spray sui cartelli autostradali in corrispondenza degli svincoli, il fascismo “c’è”. Sopravvive. Forse addirittura come amuleto turistico-politico. Memorabilia nazionale, oggetto di vanto, talvolta. Viva presenza nel palmarès della Storia e della rassegna elettorale, accanto agli ori degli olimpionici e alle medaglie dei premi Nobel, recenti e non. Accanto ai proverbiali motti iconici da dépliant che innalzano “pizza e mandolino”. Inutile negare questa sua evidenza. Lo Stivale, il Belpaese o che dir si voglia, ha infatti, ora e sempre, modo di sollevare anche le forme teatrali, mimiche, ordinarie del fascismo “mondano”, meglio, la sua memoria cerimoniale e gestuale. I saluti romani, il battitacco, perfino l’apprezzamento per nulla segreto, sovente perfino erotico, per il maschio fondatore del Fascio Littorio, costante nel tempo, passate le stagioni delle decalcomanie e degli stessi adesivi, come “marchio”, “logo”, “brand” nazionale, Benito Mussolini. I suoi calendari, ogni anno, fanno evidente mostra sulle mantovane di carta delle edicole.

Scoprire che ancora adesso (assodato che il tempo non cancella gli errori, anzi, talvolta li amplifica e li fa ripensare come un’età dell’oro) addirittura certi candidati destinati a pubblici incarichi, fuori d’ogni ritegno, al di là del codice genetico politico d’appartenenza, non riescono a trattenere, appunto, il saluto a braccio teso, l’apprezzamento verso il tempo in cui “i treni arrivavano in orario”, e ogni altra considerazione compresa la falsa notizia secondo cui si debba al fascismo la previdenza sociale.

Uno spettacolo ordinario e familiare, davanti al quale sembra una battaglia persa citare il martirologio consegnato al nostro paese dalla dittatura, i Matteotti, i Gramsci, o i versi di Piero Calamandrei: “Lo avrai camerata Kesselring il monumento che pretendi da noi italiani…”. Insignificante, addirittura ricattatorio, il racconto delle leggi razziali contro le persone di religione ebraica e la stessa Shoah.

Alla fine, fa stringere spesso il cuore, si scusi l’espressione deamicisiana, la doverosa e puntuale denuncia dell’ANPI, affidata ormai ai figli e ai nipoti dei trapassati partigiani, da immaginare questi ultimi ormai quasi inavvertibili, al pari della quadreria risorgimentale. Assodato che, si sa, la memoria resistenziale, come ben spiegava un documentario dello storico Giovanni De Luna, in Italia non ha mai superato lo scoglio della minorità, delle celebrazioni ufficiali, via via depotenziate, essendo la lotta di liberazione dal nazi-fascismo mai stata un fenomeno di massa, nonostante Paolo Volponi, lo scrittore, anni addietro chiamato a dare una frase da incidere su un monumento ai caduti partigiani di Montone, in Umbria, concepì: “In pochi sorsero sollevando l’animo di tutti”.

Bugia, illusione consolatoria. Questa forma turistica teatrale cerimoniale, forse anche parodistica, ma in cuor suo ancora adesso al sapore d’orbace e tanfo di fureria, non si è mai cancellata anzi, lo dicevamo già, sembra un dato precipuo della commedia dell’arte politica italiana. E non stiamo certo parlando delle caverne del neofascismo, violento, militante dei mazzieri, o di coloro che ancora adesso coltivano sempre il fascismo in ogni sua declinazione, fosse anche quella evoliana o piuttosto virata verso l’attenzione al mondo islamico. Neppure, sia chiaro, ci stiamo riferendo al mondo residuale dei nostalgici che annualmente vanno a Predappio, magari in corteo acquistando al negozio Ferlandia un simil-fez da capo manipolo della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, sognando intanto quello originale da Moschettiere del duce.

L’apologia, meglio, le forme mimetiche riferite al fascismo, è cosa assai più ampia. Resta che gli enzimi della consapevolezza della miseria subculturale del fascismo, sia come regime pregresso, sia come bene rifugio della subcultura piccolo-borghese, presso certi soggetti mai giungerà, impermeabili a qualsiasi cosa che non sia il tanfo angusto di semplificazione autoritaria respirato già in famiglia: “Allora, con il duce, tutti stavano con le corna calate!”, così pronunciava la signora del pianterreno della mia adolescenza, già orgogliosa Giovane Italiana, raccoglitrice di oro per la Patria. Mai giungeranno come chiare ed evidenti ai loro occhi, metti, le parole con cui Ennio Flaiano inchioda quel mondo a se stesso: “Il Fascismo conviene agli italiani perché è nella loro natura e racchiude le loro aspirazioni, esalta i loro odi, rassicura la loro inferiorità. Il fascismo è demagogico ma padronale, retorico, xenofobo, odiatore di cultura, spregiatore della libertà e della giustizia, oppressore dei deboli, servo dei forti, sempre pronto a indicare negli ‘altri’ le cause della sua impotenza o sconfitta”.

Al contrario, in termini di autogiustificazione, citeranno semmai, sempre dal laico Flaiano, quell’altro aforisma secondo cui “In Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti”. Anche questo un amuleto perfetto per i fascisti che vogliano continuare a essere tali. Altrettanto sicuro che la persistenza di molto endemico sentire fascista, sempre in senso cerimoniale, di teatralizzazione, dipende da un dato essenziale: il rifiuto di ammettere a se stessi che padri o nonni in camicia nera fossero nient’altro che furieri ottusi. Ancora una volta, l’assenza di discontinuità rispetto alla subcultura familiare. Con queste premesse, inutile aspettarsi parole chiare dalla Meloni e dai suoi camerati in blazer “Davide Cenci”.

Un popolo di insicuri, segnato da un senso di inferiorità, certamente di inadeguatezza, non sa fare altrimenti. Se invece vogliamo vederla in forma di tragedia, abbiamo già i versi di Pasolini: “L’intelligenza non avrà mai peso, mai nel giudizio di questa pubblica opinione. Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai da uno dei milioni d’anime della nostra nazione, un giudizio netto, interamente indignato: irreale è ogni idea, irreale ogni passione, di questo popolo ormai dissociato da secoli, la cui soave saggezza gli serve a vivere, non l’ha mai liberato”.

Se queste parole esemplari le avessi mai lette ai miei compagni di muretto, tutti insieme, occhi vuoti, avrebbero chiosato con “Eja eja eja Alalà!”.

Non è un caso che la lingua della Meloni ogni qualvolta ci sia da pronunciare l’esistenza stessa del fascismo deven tremando muta. E lo sguardo furente, gli occhi di bragia, come quell’altro. La mistificazione sui “ragazzi di Salò” non vale più.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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