La peste del '600 a Milano e la lezione di Manzoni

Maria Teresa Santaguida

“La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c'era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d'Italia…..”. Si apre così, con una citazione dei Promessi Sposi, al capitolo 31, la lettera che il preside del Liceo scientifico Alessandro Volta di Milano, Domenico Squillace, ha scritto ai suoi studenti nel periodo in cui le scuole sono forzatamente chiuse a causa dell'emergenza Coronavirus.

Si tratta dell'incipit del capitolo manzoniano dedicato, assieme al successivo, all'epidemia di peste che si abbatté su Milano nel 1630. “Un testo illuminante e di straordinaria modernità”, lo definisce il dirigente scolastico che consiglia ai ragazzi di leggerlo “con attenzione, specie in questi giorni così confusi: dentro quelle pagine c'è già tutto, la certezza della pericolosità degli stranieri, lo scontro violento tra le autorità, la ricerca spasmodica del cosiddetto paziente zero, il disprezzo per gli esperti, la caccia agli untori, le voci incontrollate, i rimedi più assurdi, la razzia dei beni di prima necessità, l'emergenza sanitaria”.  Nelle pagine di Alessandro Manzoni, ritornarono, tra l'altro, luoghi noti per gli studenti del Volta, che si trova in zona Porta Venezia, proprio dove nel '600 fu allestito il lazzaretto di Milano, tra quelle che oggi sono le vie Lazzaretto, appunto, Ludovico Settala, Alessandro Tadino, Felice Casati.

Nella missiva aperta il preside cerca di spiegare ai ragazzi come la scuola sia "una delle istituzioni che con i suoi ritmi ed i suoi riti segna lo scorrere del tempo e l'ordinato svolgersi del vivere civile, non a caso la chiusura forzata delle scuole è qualcosa cui le autorità ricorrono in casi rari e veramente eccezionali. Non sta a me valutare l'opportunità del provvedimento, non sono un esperto né fingo di esserlo, rispetto e mi fido delle autorità e ne osservo scrupolosamente le indicazioni". Ma raccomanda agli studenti di "mantenere il sangue freddo, di non lasciarsi trascinare dal delirio collettivo, di continuare - con le dovute precauzioni - a fare una vita normale".

Non mancano i suggerimenti per ingannare la noia di giorni senza lezioni: "Approfittate di queste giornate per fare delle passeggiate, per leggere un buon libro, non c'è alcun motivo - se state bene - di restare chiusi in casa. Non c'è alcun motivo per prendere d'assalto i supermercati e le farmacie, le mascherine lasciatele a chi è malato, servono solo a loro".- Il tentativo è quello di riportare l'epidemia da Coronavirus alla razionalità: "La velocità con cui una malattia può spostarsi da un capo all'altro del mondo è figlia del nostro tempo, non esistono muri che le possano fermare, secoli fa si spostavano ugualmente, solo un po' piu' lentamente".

Ma anche di valutare "i rischi in vicende del genere": "È l'avvelenamento sociale dei rapporti umani, l'imbarbarimento del vivere civile" il pericolo più grande, comunica il dirigente, associandolo "all'istinto atavico di quando ci si sente minacciati da un nemico invisibile: quello di vederlo ovunque, di guardare ad ogni nostro simile come ad una minaccia, come ad un potenziale aggressore".

Tale insegnamento si può trarre, ancora una volta, dalle grandi opere letterarie dell'Italia del passato: "Da Manzoni e forse ancor di più da Giovanni Boccaccio", il cui Decamerone è ambientato proprio in un luogo di quarantena durante l'epidemia di peste a Firenze. Rispetto alle epidemie del XIV e del XVII secolo "noi abbiamo dalla nostra parte la medicina moderna, non è poco credetemi - invoca infine il dirigente - i suoi progressi, le sue certezze, usiamo il pensiero razionale di cui eèfiglia per preservare il bene più prezioso che possediamo, il nostro tessuto sociale, la nostra umanità". E chiosa la sua lettera con una frase da brivido: "Se non riusciremo a farlo la peste avrà vinto davvero".