La polemica amara su Letizia Battaglia ha molto da insegnarci (su di noi, non sulla sua arte)

Di Elisabetta Moro
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Photo credit: Laura Lezza - Getty Images
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From ELLE

"Da quattro giorni la mia vita è cambiata. A Palermo ora mi sento un’estranea. Forse lascerò il Centro internazionale di fotografia ai Cantieri culturali della Zisa". Letizia Battaglia è arrabbiata, esterrefatta che il suo ultimo servizio scattato per Lamborghini sia diventato il fulcro di una vera e propria shitstorm che l'ha travolta senza appello. Con la velocità e la violenza che lo contraddistingue (specie quando la destinataria è una donna) il popolo social si è scagliato contro la fotografa palermitana di fama mondiale e ha espresso il sui verdetto insindacabile. Eppure, come spesso accade, questa sentenza online che ha portato il brand di macchine di lusso a ritirare gli scatti incriminati dice molto su chi l'ha emessa, sulla società che l'ha resa possibile e ben poco sul merito dell'artista in sé.

Photo credit: ERIC CABANIS - Getty Images
Photo credit: ERIC CABANIS - Getty Images

Tutto è cominciato la settimana scorsa quando Lamborghini ha postato sulla sua pagina Facebook gli scatti di Battaglia in anteprima. Sullo sfondo c'è la Palermo della fotografa, poi l'auto di un giallo acceso, protagonista del servizio pubblicitario. In primo piano, invece, quasi a distogliere l'attenzione dal prodotto commercializzato, ci sono delle bambine tra i 7 e gli 11 anni. "Io gliel’ho detto a quelli di Lamborghini", spiega la fotografa a Repubblica, "io non faccio still life. Questa cosa la faccio con le mie bambine". Nel corpus fotografico di Battaglia le bambine sono un tema ricorrente: non solo diventano metafora della città ("Palermo per me è una bambina che sogna e vuole crescere in un mondo sincero e rispettoso"), ma rappresentano tutta l'ingenuità e la libertà che solo chi si trova al limite tra infanzia e vita adulta può sperimentare a pieno. Le "monelle" guardano la fotografa, guardano il mare e la città mentre la Lamborghini gialla sembra lì quasi per caso, ben lontana dal mondo e dall'interesse delle vere protagoniste.

Ma gli scatti di Battaglia non sono stati capiti: c'è chi urla alla mercificazione dell'arte, chi sostiene che la fotografa sia caduta nel cliché che associa donne e motori e chi addirittura tira in ballo la sessualizzazione precoce delle bambine chiamandole "Lolite" e facendo infuriare l'artista. La bufera social ha conseguenze nel mondo reale: il sindaco di Palermo Leoluca Orlando chiede il ritiro della campagna e Lamborghini cancella le immagini dal suo profilo. Battaglia, a 85 anni, si sente tradita da quella stessa città che, specie negli anni tra il 1974 e il 1992, quando la mafia seminava terrore e morte, lei ha saputo raccontare al mondo con il piglio disincantato da reporter. Il suo pensiero ora va al centro internazionale di fotografia di cui è direttrice: "Fatica, impegno, preoccupazioni, spese, tre anni avanti indietro col mio mal di schiena, io a marzo faccio 86 anni, perché dovrei continuare a questo punto?"

Da tutto questo sorgono molte domande: come coniugare due strumenti con finalità così diverse come arte e pubblicità? Come è possibile che una fotografa che si è da sempre battuta per l'emancipazione delle donne siciliane rappresentandole lontane da quel male gaze che le vuole casalinghe sottomesse o femme fatale sia stata accusata proprio di oggettivazione del corpo femminile? La malizia è nell'occhio di chi guarda, dicono in molti e quando uno stereotipo è così pervasivo da venire interiorizzato, si finisce per applicare lo stesso schema anche a situazioni che - di fatto - se ne discostano. Lo sguardo di Battaglia sulle sue bambine è femminile e liberatorio, ma è bastato accostare le giovani modelle a un prodotto commerciale per ricadere nello stampo della sessualizzazione. Perché? Perché è quello a cui una società capitalista e patriarcale ci ha abituati e, se dietro la macchina fotografica c'è una donna, si grida all'incoerenza senza guardare oltre. Forse, più che prendercela con un'artista come Battaglia, dovremmo rivedere il nostro modo di guardare le donne e imparare a liberarci delle sovrastrutture sessiste che abbiamo imparato a replicare.