La politica non sa decidere neanche sul suo totem, la Rai

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Agf (Photo: Agf)
Agf (Photo: Agf)

La notizia, in fondo prevedibile, è che è destinato a slittare il voto in Parlamento per il consiglio di amministrazione della Rai previsto per domani. Lo hanno chiesto i Cinque stelle perché, smarriti in una faida chiamata mediazione, non sono in grado di indicare il proprio nome per il consiglio di amministrazione. Ormai lì dentro ogni testa è un tribunale e, due giorni fa Vito Crimi, su mandato di Conte ha fatto sapere che la terna identificata dai loro componenti in Vigilanza non andava bene. E la gentile richiesta sarà accordata dagli altri partiti, per prassi, per cortesia, per consuetudine, ma soprattutto perché, tranne il Pd che in materia ha le idee chiare, sia pur con qualche mal di pancia interno, anche il centrodestra non è poi messo così bene, causa guerriglia tra Salvini e Meloni, come si è visto sul Copasir, sulle amministrative, su tutto. Slitta, dunque, solo per pochi giorni, dicono: non è un rinvio sine die. Chissà: il cronista registra, lo mette agli atti e si predispone a seguirne gli sviluppi.

L’altra notizia, in fondo prevedibile anche questa, è che, fanno sapere da palazzo Chigi, in ogni caso Draghi metterà in campo i due nomi del presidente e dell’ad, di nomina governativa, dopo che l’assemblea dei soci approverà il bilancio il prossimo 12 luglio. A prescindere, dunque, dal fatto che ci sarà un consiglio di amministrazione eletto dal Parlamento, che magari per allora ci sarà, ma sia come sia questo è il mood, indicativo di un governo che non rinuncia a governare, rispettoso delle scadenze e degli impegni e dell’antico nesso consequenziale tra le parole e i fatti. E consapevole che, se così non facesse, vincolando le proprie scelte a quando all’altrui prontezza, se ne riparlerebbe (forse) dopo le amministrative. C’è però una differenza rispetto agli altri d...

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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