La Polonia tira la corda con l'Ue, ma non è Polexit

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BRUSSELS, BELGIUM - MAY 24: Polish Prime Minister Mateusz Morawiecki talks to media as he arrives for an extraordinary EU Summit on May 24, 2021 in Brussels, Belgium. European Union leaders are expected, during a two days meeting, to focus on foreign relations, including Russia, Belarus and the United Kingdom. (Photo by Thierry Monasse#51SY ED/Getty Images) (Photo: Thierry Monasse via Getty Images)
BRUSSELS, BELGIUM - MAY 24: Polish Prime Minister Mateusz Morawiecki talks to media as he arrives for an extraordinary EU Summit on May 24, 2021 in Brussels, Belgium. European Union leaders are expected, during a two days meeting, to focus on foreign relations, including Russia, Belarus and the United Kingdom. (Photo by Thierry Monasse#51SY ED/Getty Images) (Photo: Thierry Monasse via Getty Images)

L’articolo 1 e l’articolo 19 del Trattato sul funzionamento dell’Ue non sono compatibili con la Costituzione della Polonia. Con questa sentenza della Corte Costituzionale polacca, Varsavia porta all’estremo il suo scontro con Bruxelles. Ma non è ‘Polexit’, chiariscono fonti del governo polacco sentite da Huffpost. Mentre il premier Mateusz Morawiecki dichiara che “l’Unione Europea è anche la nostra comunità, la nostra unione. Vogliamo questa Unione e continueremo a tentare di crearla”. E allora perché tanto caos?

I polacchi sono convinti di aver fatto nulla più della corte tedesca di Karlsruhe, quando ha contestato la legittimità della sentenza della Corte di giustizia europea sul “Quantitative easing’, il programma di acquisto dei titoli di Stato della Bce (in questo caso la Germania si è beccata una procedura di infrazione europea). È così? Non proprio. A cominciare dal fatto che, nei confronti della Polonia, Bruxelles non ha ancora deciso alcuna procedura: troppo presto, la Commissione prende tempo per analizzare la situazione.

Ursula von der Leyen diffonde una nota molto dura nei toni, non nelle azioni: non ancora, per lo meno. “I nostri trattati sono molto chiari - dice la presidente della Commissione - Tutte le sentenze della Corte di giustizia europea sono vincolanti per le autorità di tutti gli Stati membri, compresi i tribunali nazionali. Il diritto dell’UE ha il primato sul diritto nazionale, comprese le disposizioni costituzionali. Questo è ciò che tutti gli Stati membri dell’UE hanno sottoscritto come membri dell’Unione europea. Useremo tutti i poteri che abbiamo ai sensi dei Trattati per garantire questo”. Ma per ora la Commissione non si sbilancia nemmeno a chiarire quali siano le possibilità di azione contro Varsavia.

Nelle capitali dell’Unione e a Bruxelles tutti sanno che il caso polacco apre uno scontro davvero grave, in quanto la sentenza contesta due articoli fondamentali del Trattato Ue: il primo costitutivo dell’Unione e il diciannovesimo che regola la Corte di giustizia e il suo rapporto con le giurisprudenze nazionali. Già, ma perché tirare la corda se l’obiettivo non è l’uscita dall’Ue? Per difendere la riforma polacca della giustizia che secondo Bruxelles minaccia l’indipendenza dei giudici (riforma condannata dalla Corte di giustizia Ue, da qui la contromossa di Varsavia) e per trattare sui dossier aperti: oltre al piano di ripresa e resilienza polacco, che ancora attende l’ok di Bruxelles per violazioni dello stato di diritto, la Polonia ora chiede che l’Ue finanzi i muri anti-immigrati in costruzione sul confine est. La richiesta, sostenuta da altri 11 paesi dell’est, è sul tavolo dei ministri europei degli Interni oggi a Lussemburgo.

È un modo a dir poco bizzarro per trattare. Ma questa è politica del governo sovranista del Pis. “Abbiamo gli stessi diritti degli altri paesi - continua il premier Morawiecki - Vogliamo che questi diritti siano rispettati. Non siamo un ospite indesiderato nell’Unione europea. Ecco perché non accettiamo di essere trattati come un Paese di seconda classe. Vogliamo una comunità basata sul rispetto, non un’associazione” in cui si adottano due pesi e due misure”.

Ora la palla è a Bruxelles. Già ieri sera, il Commissario europeo Didier Reynders ha annunciato che l’Ue userà “tutti gli strumenti a disposizione” per assicurare il rispetto del principio che prevede il primato del diritto Ue su quelli nazionali. Ma lo stesso Reynders sottolinea che l’esame del piano di ripresa e resilienza polacco “è processo separato”. Proprio come sostengono a Varsavia, dove aggiungono che “un’intesa tecnica con Bruxelles è stata raggiunta da settimane”. Manca quella politica, il nuovo scontro non aiuta, ma l’Ue troverà la forza e le forme per farsi rispettare? Per ora la Commissione non decide nemmeno di sospendere l’esame sul piano polacco, nonostante richieste in tal senso comincino ad arrivare dal Parlamento europeo: lo chiede il gruppo liberale ‘macroniano’ di Renew Europe. Mentre i Socialisti & Democatici chiedono di attivare la condizionalità sullo stato di diritto: cioè bloccare il piano di ripresa polacco.

Va detto che fino alla settimana scorsa l’orientamento della Commissione era di approvare sia il piano polacco che quello ungherese, riservandosi la possibilità di bloccare i fondi europei in un secondo momento. Alla base di questa ipotesi, i piccoli passi compiuti dalle autorità polacche: il governo di Varsavia ha accordato il rinnovo delle licenze ad una tv di proprietà americana, critica con l’esecutivo; alcune regioni della Polonia hanno fatto marcia indietro sulla decisione di vietare l’ingresso agli Lgbtq (nel caso ungherese, prevarrebbe l’idea di non regalare a Orban un’arma di campagna elettorale anti-europeista in vista delle elezioni dell’anno prossimo). Ma certo il nuovo scontro rimescola le carte, a dir poco.

Intanto, a livello di Stati nazionali, i primi effetti si vedono sulla campagna elettorale in Francia, in vista delle presidenziali 2022. “È un attacco contro l’Ue. Gravissimo“, alza il tiro Clément Beaune, sottosegretario francese agli Affari europei, ravvisando “il rischio di un’uscita de facto” dall’Unione. Sul lato opposto, Eric Zemmour, il giornalista di estrema destra che nei sondaggi pare abbia superato Marine Le Pen, anche se non è certo che si candidi. “È tempo di restituire al diritto francese il suo primato sul diritto europeo”, scrive Zemmour, commentando la decisione della massima giurisdizione polacca. “Sostengo pienamente il popolo polacco e il suo governo nell’affermazione dell’autonomia del loro ordine giuridico. In Francia, dobbiamo trarre tutte le conseguenze di questo colpo di Stato federalista tentato dalla Commissione di Bruxelles con il tacito sostegno dell’attuale governo francese. La Francia deve rifiutare che delle giurisdizioni straniere le impongano la loro politica e la loro ideologia. La Commissione europea conduce un violento assalto contro i popoli che rifiutano la sua linea ideologica. È urgente che la Francia raggiunga queste nazioni nella loro lotta per la libertà”.

Movimenti anti-europeisti tornano ad alzare la voce. Dal fronte europeista, oltre a Reynders, interviene il presidente del Parlamento Europeo David Sassoli: “La sentenza polacca non può restare senza conseguenze. Il primato del diritto Ue deve essere indiscusso. Violarlo significa sfidare uno dei principi fondanti della nostra Unione. Chiediamo alla Commissione europea di intraprendere l’azione necessaria”. Il sottosegretario agli Affari Europei Enzo Amendola sottolinea: “Forte preoccupazione per la sentenza della Corte costituzionale polacca. L’Europa è condivisione di sovranità. La libera adesione ai trattati ha prodotto negli anni pace e prosperità per tutti gli Stati e il diritto della UE ha primazia su quello nazionale”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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