La posizione scomoda di Djokovic

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TOPSHOT - Members of the local Serbian community members hold a banner outside the legal offices where Serbia's tennis champion Novak Djokovic is in with his legal team in Melbourne on January 9, 2022. (Photo by William WEST / AFP) (Photo by WILLIAM WEST/AFP via Getty Images) (Photo: WILLIAM WEST via Getty Images)
TOPSHOT - Members of the local Serbian community members hold a banner outside the legal offices where Serbia's tennis champion Novak Djokovic is in with his legal team in Melbourne on January 9, 2022. (Photo by William WEST / AFP) (Photo by WILLIAM WEST/AFP via Getty Images) (Photo: WILLIAM WEST via Getty Images)

″È solo che mi hai messo in una posizione molto scomoda”, dichiara Novak Djokovic allo sconosciuto poliziotto di frontiera che gli sta per annullare il visto. È un passaggio della trascrizione ufficiale su cui il giudice federale di un tribunale di Melbourne ha costruito il suo verdetto, revocando la decisione di fermare il numero uno del tennis, finito invece che agli agognati Australian Open in un centro di detenzione per migranti, e assurto così a vittima ideale di un sistema che ha finito per contraddire se stesso.

Tralasciando il pasticcio fatto dalle autorità australiane, e la spada di Damocle di una possibile espulsione da parte del locale ministro dell’immigrazione, che porterebbe a una rinnovata fiammata nazionalista dalle parti di Belgrado, dove in parecchi non aspettano altro, essendo Nole considerato alla stregua di un’icona serba, l’aquila bicefala da sventolare negli Slam di mezzo mondo, ci sarebbe da tornare sulla “scomodità” in cui si è ritrovato il campione.

Perché anche se probabilmente non lo ha nemmeno preso in considerazione, Novak in quella posizione ci si è messo da solo. Contrario al vaccino, perché - ormai lo sappiamo tutti - considera il suo corpo un santuario inviolabile, e soprattutto molto ambiguo sulle sue posizioni no vax, tanto da finire alla testa di un movimento in cui non si è ancora capito se ci si riconosce, o se è un omaggio involontario alla celebre scena di Charlie Chaplin di Tempi Moderni. Quel momento strepitoso in cui l’attore in marsina e bombetta finisce per ritrovarsi alla testa di un corteo e poi - ineluttabilmente - in prigione.

Ma non è finita. Fermo restando la legittimità della richiesta di esenzione presentata e la fiducia nelle autorità che avrebbero dovuto esaminarla, dai contenuti della stessa sembra emergere più di una contraddizione. Di tipo formale: la seconda decisiva positività al covid sarebbe arrivata dopo la dead line di applicazione della domanda. E di tipo etico: all’indomani della positività si sarebbe presentato senza mascherina a un incontro pubblico con i ragazzi della scuola tennis di Belgrado.

Insomma, più che una posizione scomoda. E soprattutto condivisa con altri personaggi che non hanno mancato di rasentare il grottesco con paragoni cristologici e scarso senso della misura. Per fortuna, le prime scelte da uomo ‘libero’ di Novak sembrano rimettere le cose un po’ in carreggiata. Non partecipare alla conferenza stampa della famiglia e farsi ritrarre col suo staff laddove dovrebbe semplicemente essere, in un campo da tennis, parrebbero ricondurre la vicenda in una dimensione di rinnovata normalità.

Anche se probabilmente far finta di niente non è più sufficiente. Novak ottiene il visto, si fa vedere in allenamento e ostenta serenità. Ma il suo mondo, e anche il nostro, in pochi giorni è cambiato. Potenza dei numero uno. “Resto concentrato sul tennis”, ha postato sui suoi social Djokovic, cercando di sventolare la sua ritrovata comfort zone. La sua eccezionale vita normale. Mentre il mondo - sportivo e non -, abbastanza provato da ondate di virus e polemiche, fatica a ritrovare un senso in entrambe.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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