La prima (pericolosa) carta di Conte, mettere le mani sui gruppi 5s in Parlamento

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NAPLES, CAMPANIA, ITALY - 2021/10/01: Giuseppe Conte leader of Movimento Cinque Stelle gives a speech in Piazza Dante, to support the mayoral candidate of left coalition Gaetano Manfredi during the last day of election campaign. (Photo by Pasquale Gargano/Pacific Press/LightRocket via Getty Images) (Photo: Pacific Press via Getty Images)
NAPLES, CAMPANIA, ITALY - 2021/10/01: Giuseppe Conte leader of Movimento Cinque Stelle gives a speech in Piazza Dante, to support the mayoral candidate of left coalition Gaetano Manfredi during the last day of election campaign. (Photo by Pasquale Gargano/Pacific Press/LightRocket via Getty Images) (Photo: Pacific Press via Getty Images)

C’è una storia che racconta a che punto è la notte fra i 5 stelle, il loro stato di salute, quali sono le priorità in questa fase caotica, da dove parte la riorganizzazione, il nuovo Movimento o il Movimento nuovo, cosa bolle nella pentola che Giuseppe Conte mescola in attesa di servire al paese la sua idea di futuro. Ed è una storia niente affatto nuova, che parla di poltrone, di potere e di controllo.

La settimana scorsa, dopo essere rimasto fuori dalla partita dei ballottaggi, il nuovo capo politico ha convocato i direttivi di Camera e Senato. Per fare il punto della situazione, certo. Per coordinare il lavoro sulla legge di stabilità in arrivo, per progettare gli impegni futuri, ovvio. Ma tra una proposta e l’altra, tra un commento e l’altro, alla fine l’ex premier ha messo una proposta/richiesta precisa sul piatto: “Dovremmo uniformare le scadenze dei due direttivi”. Che detta così è una questione burocratica, di regolamenti e cavilli parlamentari da armonizzare, ma che non è altro che la prima mano che si è giocato Conte nel tentativo di prendere il controllo sui gruppi parlamentari, che al momento vanno in ordine sparso.

Ettore Licheri, presidente dei senatori, scade a giorni, Davide Crippa, suo collega alla Camera, a fine anno. E non è un mistero che il primo sia ascrivibile ai contiani di ferro e che il secondo sia piuttosto critico sul nuovo corso. Durante una delle telefonate di fuoco con Beppe Grillo ai tempi dello Statuto, quando tutto sembrava stesse per crollare, raccontano che una delle richieste dell’avvocato sarebbe stata proprio quella: rimuovere Crippa. E dunque non serve nemmeno fare due più due per capire che l’equiparazione delle scadenze
altro non è che la richiesta di un passo indietro da parte dell’attuale capogruppo e di tutto il direttivo di Montecitorio, per poter dare il via al nuovo corso con i vertici dei gruppi parlamentari indicati dal presidente del partito.

Alla Camera tra i deputati non si parla d’altro. La spiegazione che va per la maggiore è che Conte voglia dare tempo a un suo uomo di fiducia di prendere le misure con il ruolo, capire i meccanismi, intessere rapporti, per poi essere pronto a gestire la partita del Quirinale. Il primo scrutinio dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica dovrebbe tenersi il 18 gennaio e, festività comprese, e se venisse rispettata la scadenza il successore di Crippa non avrebbe tempo per ambientarsi e gestire una fase così delicata, la spiegazione. Ma c’è anche un altro motivo, tutto interno. Ed è che i presidenti dei due gruppi siedono nel Consiglio nazionale, il nome che Conte ha dato alla sua futura segreteria. Sarebbe anche questo il motivo per il quale il capo politico caldeggia la nomina dei nuovi vertici solo dopo aver risolto la partita dei gruppi, uno strumento di pressione indiretto per spingere al passo indietro l’attuale squadra.

È una sfida per il controllo, che si gioca su due livelli. Il primo: cosa farà Crippa? In queste ore, al massimo domani, il direttivo si dovrebbe riunire per decidere come muoversi, che risposta dare a Conte. E i sei che lo compongono non sarebbero per nulla compatti. Dice un deputato che “Non è un mistero che il vicepresidente Riccardo Ricciardi e il tesoriere Francesco Silvestri siano più vicini alla sensibilità dell’ex premier rispetto a quanto lo possa essere Crippa”.

Il borsino di Montecitorio non si sbilancia. Un no equivarrebbe ad aprire la prima crepa, la prima volta in cui una scelta di Conte viene messa seriamente in discussione. Ma anche nel caso di dimissioni la partita non sarebbe affatto chiusa. Perché nella scelta del capogruppo pesano come ovvio che sia i vertici del partito, ma poi sono gli onorevoli a dover scrivere un nome sulla scheda e infilarla nell’urna. E non è affatto escluso che i nomi che ha in mente Conte – Lucia Azzolina, ma soprattutto Alfonso Bonafede – riscuotano un plebiscito.
Anzi. “Vogliono imporre il capogruppo? Bene, noi ne troviamo un altro e poi andiamo alla conta, vediamo chi la spunta”, il ragionamento fatto da un drappello di deputati che promettono di non fare sconti. Ovviamente le diplomazie sono al lavoro per evitare questo scenario. Perché se ci si arrivasse e Conte ne uscisse sconfitto sarebbe la certificazione che del nuovo Movimento controlla poco più che il simbolo.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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