La prima varietà di grano duro per il settore biologico è stata chiamata 'Inizio'

AGI - Sarà per via del Covid-19, della spirale inflattiva in seguito ai rincari energetici e all'aumento dei prezzi al consumo, indotti anche dalla guerra in Ucraina, sarà la crisi del grano o sarà – più in generale – anche solo per via che la perdita di specie agricole si colloca come uno dei fattori della complessiva crisi ambientale, sta di fatto che la ricerca per lo sviluppo dell'agricoltura biologica sta avendo un'accelerazione notevole con un vero e proprio balzo in avanti.

E c'è chi è pronto a giurare che è solo l'inizio. Tant'è che per arginare la crisi ambientale ed invertire la rotta è stata di recente selezionata la prima varietà di grano duro per il settore biologico, nata dall'incrocio di varietà di frumento delle aree del Mediterraneo, una varietà che non a caso porta come nome proprio “Inizio”.

Si tratta di una ricerca avviata nel 2016 e ripresa poi dalla Fondazione Seminare il Futuro e dal Centro di ricerca agro-ambientale dell'Università di Pisa, dove sono stati realizzati incroci impiegando varietà moderne e antiche su l'impulso e la diretta collaborazione del Crea di Foggia, Centro di ricerca Agricoltura e Ambiente, assieme a Peter Kunz, esperto svizzero di selezioni in biologico.

Attività finanziata da NaturaSì e Cooperativa Gino Girolomoni, pioniere del biologico in Italia e fondatore di Alce Nero, uno dei primi marchi del settore, il cui figlio Giovanni Girolomoni precisa: “Abbiamo lavorato su tutta la filiera per la sperimentazione di questa varietà.  In campo per la selezione, con la molitura per la trasformazione e, infine, per la pastificazione. I risultati in semola e poi in pasta di ‘Inizio' sono stati ottimi: colore brillante, buona tenacità e profumo intenso di grano. Per noi agricoltori biologici poter contribuire alla ricerca di nuove varietà di grano duro significa dare risposte concrete in termini di qualità e produttività. Significa, inoltre, sostenere lo sviluppo del settore alimentare che, pur avvalendosi di ricerca e innovazione, mette al centro il rapporto delle piante con l'ambiente. Per ritornare ad evolverci, noi e le sementi, in sintonia con l'ecosistema, come è stato per millenni”.

Abbiamo chiamato ‘Inizio' questa prima varietà di grano duro adatta all'agricoltura biologica proprio perché solo di un inizio si tratta. Il processo di selezione sta andando avanti per arrivare ad ottenere anche altre varietà con le caratteristiche ottimali per chi svolge agricoltura biologica”, spiega invece Federica Bigongiali, direttrice della Fondazione Seminare il Futuro, che sottolinea: “Il biologico ha bisogno di piante con radici ramificate e profonde, in grado di andare a cercare il nutrimento che non viene fornito in forma immediata dai fertilizzanti chimici di sintesi. E abbiamo bisogno di varietà che crescano in altezza, per contrastare lo sviluppo di erbe infestanti, dato che il bio non utilizza diserbanti chimici. I grani antichi non bastano per assicurare qualità e rese all'altezza di un'agricoltura che guarda al futuro e che si estenderà sul 25% dei campi europei, secondo quanto indica la Strategia Farm to Fork”.

Il risultato raggiunto è importante e non è un caso che venga lanciato in occasione della Giornata mondiale dell'Ambiente che cade proprio domenica 5 giugno: “Vogliamo dare un contributo alla selezione di varietà per una agricoltura che tuteli l'uomo e l'ambiente”, aggiunge Bigngiali.

Il punto di partenza di questa ricerca tra origine dal fatto che negli ultimi 100 anni, secondo dati Fao, sono scomparse dai campi tre specie coltivate su quattro, cosicché un grande patrimonio di biodiversità continua a svanire sotto i nostri occhi. Inoltre, i semi delle piante alimentari provengono per il 60% da sole quattro grandi aziende e questi semi sono selezionati per l'agricoltura intensiva, alimentata dalla chimica di sintesi.

Tuttavia, l'agricoltura convenzionale contribuisce all'11% delle emissioni di gas serra, al netto dell'allevamento e dell'inquinamento provocato dal settore agroalimentare, secondo i dati dell'Ipcc, l'Intergovernmental Panel on Climate Change, come si legge in una nota diffusa da Silverback, agenzia che da oltre 10 anni lavora per l'ambiente, la green economy, l'agricoltura sostenibile, la qualità della vita, la tutela della natura e del territorio.

Che la ricerca sia solo all'inizio lo sottolinea anche Fausto Jori, amministratore delegato di NaturaSì, che rimarca: “Al biologico serve una ricerca continua per ottenere sementi adatte a chi pratica questo tipo di agricoltura. In questo percorso sarà importante anche la collaborazione con gli agricoltori nella selezione di quelle che saranno le varietà coltivate nei loro campi” tant'è che per anni “il mondo del biologico ha chiesto una ricerca per migliorare le tecniche agronomiche del biologico e anche per aumentarne le rese, che ora sono inferiori di circa un quarto rispetto al convenzionale. Noi stiamo mettendo la nostra esperienza al servizio di questo obiettivo che ci pare ora più che mai importante: la crisi internazionale alimentare seguita alla pandemia, alla siccità dello scorso anno e infine anche alla guerra in Ucraina dimostra che dobbiamo potenziare le nostre riserve strategiche di cibo di qualità come di energia pulita e rinnovabile. Ma non possiamo dimenticare che la crisi più epocale di fronte alla quale ci troviamo davanti è quella climatica: per questo è importante che l'agricoltura bio sia messa in condizione di crescere, attraverso l'innovazione e la ricerca”.

Quanto alla Fondazione Seminare il Futuro, nasce per promuovere in Italia il biobreeding, cioè la selezione di varietà adatte all'agricoltura biologica e biodinamica tramite tecniche di incrocio tradizionali, “perché l'obiettivo è far fronte a una situazione di impoverimento della biodiversità agricola che comincia a preoccupare le istituzioni internazionali”, soprattutto in relazione alla necessità di coltivare specie resistenti alla crisi climatica mentre NaturaSì, tra i fondatori di Seminare il Futuro considera da sempre “i semi come un bene comune”. Ne consegue che la gestione dei diritti delle varietà “deve essere vista all'interno di organi senza scopo di lucro per evitare la privatizzazione dei profitti”.

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